LA CARITÀ NON AVRÀ FINE

 

Cari fratelli e sorelle, siamo alla conclusione di queste catechesi quaresimali, nelle quali abbiamo sostato in preghiera e in ascolto davanti all’Amore Misericordioso di Gesù, cercando di guardare a Lui che è l’inizio e il compimento della fede, il nostro compagno e la nostra speranza sicura.

Oggi proviamo ad affacciarci su quell’abisso del cuore di Dio che è la carità, l’amore di agape, che costituisce la sua natura e identità profonda. “Chi ama conosce Dio, chi non ama non ha conosciuto Dio” ci dice l’apostolo Giovanni. Quindi se vuoi conoscere chi è Dio devi metterti alla scuola del suo amore, che non è un sentimento ma una donazione totale della vita.

Papa Francesco nel suo Messaggio per la quaresima scrive a proposito della carità: “La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza.

Ci avviciniamo, così, ai giorni più importanti dell’anno liturgico, i giorni della settimana santa. In questi giorni contempleremo la manifestazione più alta dell’amore: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine” (Gv 13).

Questa terza virtù teologale sulla quale ci soffermiamo questa sera è il cuore di Dio. Nel cuore di Gesù crocifisso, qui davanti ai nostri occhi, c’è scritta la parola CHARITAS. Questo è l’Amore misericordioso di Gesù, questa è la natura di Dio, questo è venuto a dirci e a darci Gesù, il Cristo, il Verbo di Dio fatto carne che ha dato la sua vita per amore nostro. Proviamo ad affacciarci un po’ a questo abisso. E ci lasciamo aiutare dalle parole ultime dell’inno di S. Paolo sulla carità, al cap 13 della 1Cor. Vi invito a meditare tutto l’inno, in preghiera, come preparazione alla Settimana Santa che abbiamo davanti. E se permettete un suggerimento, mi sembra che possa essere utile il commento di questo inno paolino, fatto da papa Francesco nel cap. 4 dell’Amoris Laetitia, l’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia. Il titolo di questo capitolo 4 è “L’amore nel matrimonio” e commenta tutte le caratteristiche della carità dell’inno paolino. Come sapete, dalla Solennità di S. Giuseppe, il 19 marzo scorso, siamo entrati nell’anno della Famiglia Amoris Laetitia proposto da papa Francesco a tutta la Chiesa. Un anno per riflettere, pregare, confrontarci e soprattutto convertirci al progetto di Dio sulla famiglia: le nostre famiglie naturali, anzitutto, ma anche le nostre comunità religiose, parrocchiali, i gruppi, la Chiesa intera che è la grande famiglia dei figli di Dio.

Ma torniamo alla conclusione dell’inno alla carità sulla quale mi vorrei soffermare con voi(1).

 

L’amore/carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore/carità non avrà mai fine”.

Abbiamo qui una ripetizione martellante: “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” e poi, “la carità non avrà mai fine”. Notate che c’è una parola che appare ben 4 volte in una riga e mezza: TUTTO. E per contro MAI: la carità non avrà mai fine, che detto in positivo significa: durerà SEMPRE. Sono termini che indicano qualcosa di assoluto.

San Paolo ha detto che la carità è magnanima, benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene in conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Occorre capire qual è la portata e l’intensità di tutto ciò, e ci aiuta a capirlo questo riassunto infondo all’inno: “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Perché questo TUTTO, questa assolutizzazione? Vi ricorda qualcosa a noi familiare? Che cosa ripeteva Madre Speranza? “TODO por amor”, TUTTO PER AMORE. L’amore non può essere una realtà relativa, condizionata. Deve essere, appunto, incondizionato. La natura dell’amore non ammette condizioni: “ti amo se…”, questo sa di ricatto. Ma questo amore non viene da noi. L’abbiamo imparato alla scuola di Colui che è la fonte dell’amore, e per noi non ha risparmiato neanche il proprio Figlio. E San Paolo l’aveva capito bene: Se il Padre del cielo ci ha dato il suo Figlio, “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”.

La prima cosa che vediamo che l’amore fa in maniera totalizzante è “tutto scusa”. È la traduzione che abbiamo. Il verbo che c’è sotto è il verbo greco στγω che curiosamente, è lontano parente della nostra parola “tegola”, che vuol dire copertura. In sé, appunto, vuol dire “coprire”, “proteggere”. Di per sé un’ottima traduzione sarebbe “preservare da un pericolo”, così infatti fa la tegola, copre dalle intemperie, protegge.

Cosa vuol dire questo applicato all’amore? L’amore ha un atteggiamento che non smette di proteggere dai pericoli. L’amore vero dice: “se non trovo una protezione per questa situazione, essa può degenerare e portare al disastro”. Pensiamo al compito di San Giuseppe come custode e protettore della Santa Famiglia e della Chiesa. Pensiamo al compito di un padre e di una madre di famiglia nel proteggere i propri figli da ciò che può fare loro del male. L’amore cerca sempre di proteggere chi ama,soprattutto quanto più è fragile e minacciato.

È significativo che in ebraico il verbo del perdono è il verbo קיפר (kipér) “coprire”, da cui il יום קיפור (Iómkipúr)“giorno del perdono”, che in ebraico è il giorno proprio della espiazione, della ricostruzione del rapporto di alleanza con Dio, che ha tutta una liturgia molto importante e sottolineata nella lettera agli Ebrei. C’è questo significato profondo della copertura dal peccato, che è il pericolo più grande. Chi ama protegge dalla debolezza, dal peccato colui o colei che ama. L’amato viene protetto anche da sé stesso, viene incoraggiato a non essere inondato dal suo male, perché Dio ama così ciascuno di noi e tutto il suo popolo: copre il peccato, protegge dal peccato. E questo Dio lo fa, non una volta, ma sempre: “tutto copre, tutto scusa”.

Il secondo termine che troviamo, è “tutto crede”. Che significa? Si riferisce alla fede? Alle verità di fede? Anche, ma non in un senso intellettuale. Di fatto qui non è in ballo l’atto di fede astratto o, peggio ancora,del credulone: “… ma tu credi a tutto!”.Questo è un atteggiamento superficiale, non dotato del senso di realtà.

Siamo nel campo della fede come fiducia, di cui abbiamo parlato. Si tratta della fiducia verso l’altro. È accordare una fiducia alla parte migliore dell’altro. Se l’amore vero - abbiamo visto prima–mi porta a proteggere sempre colui che amo, allo stesso modo io credo sempre in colui che amo, cioè, mi metto di fronte all’altro pensando sempre che ha, nonostante tutto, una parte buona, vera, bella, che è la più importante della sua vita.

E questo l’amore lo fa SEMPRE, in modo totale. Qualunque cosa succeda so che c’è in te una parte degna di fiducia. È molto importante che le persone non smettano di credere in noi, quando abbiamo bisogno di crescere. Se i genitori non accordano fiducia, non credono nei figli, i figli faranno molta fatica ad avere fiducia in sé stessi, e cresceranno nell’insicurezza. Non verranno su con una colonna vertebrale interiore, che consenta loro di lanciarsi in atti grandi, coraggiosi.

Tutto ciò lo fa continuamente Dio con ognuno di noi, perché “anche l’uomo più perverso, più abbandonato e miserabile è amato da Dio con una tenerezza immensa” (M. Speranza). Gesù, attraverso il suo Spirito, non smette mai di bussare alla nostra porta, perché crede che noi possiamo aprirla, magari all’ultimo momento come il buon ladrone. L’amore che tutto crede non si stanca di vedere il bene anche in una persona che sta sbagliando. Ha questa tenacia l’agape di Dio.

Senza questo sguardo di profonda fiducia dovremmo cedere molte volte alla disperazione. Ecco perché l’amore, a questo punto, “tutto spera”. Cosa vuol dire sperare tutto? È interessante che i pagani, coloro che non sono arrivati alla fede, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi o nella Lettera agli Efesini sono definiti: “Quelli che non hanno speranza”. Ed è interessante che nel Libro della Sapienza gli empi sono quelli che non sperano salario dalla santità. La speranza, abbiamo visto le volte scorse non è ottimismo umano, o utopia a buon mercato,ma è qualcosa che, come l’ancora, affonda la propria consistenza in Dio, anzi è Dio stesso in definitiva.

È importante in questo senso il rapporto di similitudine fra la speranza e l’attesa (in spagnolo è la stessa parola: esperar). La speranza è sicura e salda, perché crede non che tutto andrà bene, ma che le promesse di Dio si compiono, a volte in modi non previsti da noi. Nella promessa di Dio c’è già l’embrione di ciò che io spero, e io arrivo ad avere ciò che mi è stato promesso da Dio perché già ne ho concretamente il marchio interiore.

E in questa attesa piena di una speranza certa, l’amore “tutto sopporta”. Noi tendenzialmente pensiamo alla sopportazione paziente, all’opera di misericordia spirituale che è “sopportare pazientemente le persone moleste”. Ma il verbo greco πομένω, che c’è qui, significa rimanere in un luogo, tenere duro, persistere, rimanere fermi.

Siccome io ho accolto una promessa, conseguentemente io sto nel posto dove questa promessa può essere attesa oltre ogni umana possibilità. L’amore crede alla promessa che c’è nell’altro e aspetta il compimento di quella promessa contro ogni disperazione, aspetta il bene dell’altro, crede in lui. Quindi resta lì dove sta. Allora, proteggendo la preziosità dell’altro l’amore crede al bene, sa che questo bene si compirà, dunque attente tutto ciò che deve attendere. “Costi quello che costi” direbbe Madre Speranza, che, in questa linea, definisce l’amore di Dio “instancabile”.

E infine arriviamo alle parole “la carità non avrà mai fine”. Compare questo MAI. La carità non termina, non può finire. L’amore di Dio è eterno, come Lui, perché Lui è agape. Non smette mai di proteggere, vegliare, credere il bene, non finisce mai di aspettare il ritorno di un figlio, e quindi persiste in un atteggiamento di fermezza fino a vedere tutte queste cose compiersi.

È bello che noi meditiamo questa parola in questo tempo che va verso la Pasqua. Il Signore Gesù è colui che ha compiuto l’amore perché è andato oltre il limite, “fino alla fine”. Proteggere oltre il limite, credere oltre il limite, sperare oltre il limite, attendere e sopportare oltre il limite, perché non c’è limite all’atto d’amare. Madre Speranza dice che la carità non ha altro limite che l’impossibilità morale.

Questo è di Dio. Questo solo Dio lo può fare. E questo è un atto che solo in Dio anche noi possiamo compiere: questa è la vita eterna, questa è la risurrezione. L’amore è veramente lo Spirito Santo che entra in noi e ci dà qualcosa che non è roba nostra, è un di più. Perché a noi non appartiene questa totalità di amore, noi siamo poveri e il tutto non lo possediamo, non possiamo dire: “mai farò così, mai cederò a questo”, perché siamo così vulnerabili. Non viene da noi il poter fare “tutto per amore”.

Ecco, in queste parole noi abbiamo contemplato Dio e ciò che Lui fa con noi. La carità, il suo atteggiamento, il suo non lasciarsi coinvolgere nel nostro male, ma puntare sempre al bene. Il suo amore ci guarda e ci copre sempre, ci protegge sempre, crede sempre in noi, spera sempre in quel bene che in noi andrà a compimento e per questo sopporta ogni cosa… fino alla morte di croce, e poi risorge perché il suo amore è più forte della morte, del peccato, di ogni male,dura sempre.

Della Lettera su San Giuseppe del Papa, “Con cuore di Padre”, su cui non possiamo fermarci,vi suggerisco la lettura del n. 2, Padre nella tenerezza, il n. 6, Padre lavoratore e il n. 7, Padre nell’ombra.

 

«UNA CARITÀ ARDENTE»

 Permettete invece che faccia un accenno, anche se breve, ad alcuni tratti con cui Madre Speranza ha vissuto la carità, “regina di tutte le virtù”. Nel suo testamento spirituale lei accosta alla carità un aggettivo che le è molto familiare: “carità ardente”. Diceva spesso che la carità è come un fuoco che consuma. Se non arde e non consuma la vita non è carità. Lo aveva imparato contemplando il suo Amore Crocifisso.

L'amore a Dio e l'amore al prossimo sono intimamente connessi tra loro. Possiamo dire che sono due aspetti dello stesso amore e che uno dà la misura dell'altro. Nel suo diario, aprendo il suo cuore al Padre spirituale, afferma:

«Mi sento, Padre mio, schiava del mio Dio, dei miei figli e figlie e del mio prossimo; per questo la prego di chiedere al Buon Gesù di aiutarmi ad acquisire virtù e a viverle, per fare tutto il bene che Lui desidera. Gli chieda pure che mi conceda la grazia, se così piace a Lui, di dimenticarmi di me stessa al punto da immolarmi per il mio Dio»(2).

Nessuno può dire di amare Dio se non ama il prossimo perché, come era solita dire Madre Speranza, chi ama Dio ama anche coloro che sono amati da Dio:

«Chi ama qualcuno, ama anche quelli che l’amato ama; e poiché Gesù ama teneramente tutti gli uomini, è logico, figlie mie, che colui che ama Gesù ami anche il prossimo, da Lui tanto amato»(3).

Proviamo a vedere separatamente alcuni tratti di questi due amori, per cercar di capire più in profondità come Madre Speranza li ha intesi e vissuti.

 

A. AMORE A DIO. “VOGLIO AMARVI, DIO MIO, PERCHÉ VOI MI AMATE”

Madre Speranza coglie, nel poter amare Dio, un dono gratuito di Lui. A Lui chiede aiuto, a Lui manifesta il suo anelito: «Voglio amarvi, Dio mio, perché voi mi amate, così insieme ci ameremo tanto, tanto»(4).

Nel desiderio di rispondere a tale invito, la vita di M. Speranza fu un atto di amore al Signore. Amare Dio fu lo scopo di tutte le sue azioni. «Il motto programmatico suo e della Congregazione è "Tutto per amore di nostro Signore Gesù Cristo"»(5).

 

Amore personale di figlia e di sposa

Madre Speranza concepiva Dio come un padre misericordioso che vuole la felicità dei suoi figli, e Cristo come la manifestazione dell'amore misericordioso di Dio. Per lei era un vero padre che è sempre vicino a noi, che abita dentro di noi, e Cristo è lo sposo dell'anima. Perciò il suo amore a Dio non era qualcosa di astratto, rivolto a un Dio lontano, irraggiungibile, ma qualcosa di personale, intimo com'è l'amore del figlio verso il padre.

Contemporaneamente, il suo amore a Gesù era l'amore della sposa che cerca con ansia il suo Amato, che soffre quando questi si nasconde, che gioisce e giubila alla sua presenza come la sposa del Cantico dei Cantici.

Possiamo dire che i suoi scritti più intimi, in particolare il suo «Diario» (Cf “Positio” pp 383-390), sono la cronaca del suo amore appassionato verso Dio. Infatti, si trovano in essi espressioni che rivelano un'anima innamorata, che scopre e sente il «Buen Jesús» come l'unico vero bene della vita. Sono dialoghi d'amore che manifestano l'anelito di appartenere per sempre all'Amato, il desiderio di unirsi a Lui, di parlare con Lui: «Non desidero altro che [...] amarlo tanto tanto, e restare sola con Lui, per parlargli e perché lui parli a me»(6).

Ed ancora, rivolta a Gesù prega:

«Ardo dal desiderio di amarti e vivere in comunione con te perché Tu possa comunicarti a me. Aiutami, Gesù, perché per la conoscenza del mio Dio possa attirarLo a me e donarmi totalmente a Lui per amore»(7).

Altrove si scorge, però, anche il timore di perdere l'oggetto del suo amore. Quanta ansia e quanta carica affettiva si trova in quei brani in cui descrive i suoi momenti di oscurità perché Gesù si nasconde:

«Ti cerco, Gesù mio, ma non ti trovo; ti chiamo e non ti sento; sono finite per me le dolcezze del mio Dio. Che tormento, Gesù mio! Quale martirio! Solo Tu lo sai apprezzare!»(8).

 

Odio al peccato

Chi ama veramente Dio odia tutto quello che può costituire una offesa verso di Lui. Perciò la Serva di Dio odiava il peccato e, volendo imitare Cristo nella sua offerta sacrificale, si offrì anche lei vittima per i peccati degli uomini ed in modo particolare dei sacerdoti e delle anime consacrate.

Del suo odio al peccato ce n'è una abbondante testimonianza. Dichiara Padre Alfredo Di Penta, primo Figlio dell'Amore Misericordioso: «Non poteva vedere o sentire cose che offendevano il Signore, per lei erano sofferenze enormi, anche fisiche, che altri bestemmiassero e vivessero in peccato»(9).

Non riusciva a sopportare le offese che si recavano a Dio e, tra queste, la bestemmia. Suor Margarita Alhama, sua nipote, racconta di un fatto avvenuto mentre lei era in cucina, che le fu subito raccontato dalle suore presenti. Un giorno, un operaio proferì una bestemmia e Madre Speranza, che gli era vicino, gli dette istintivamente uno schiaffo. L'operaio non reagì, ma si limitò a dire: «"Se mia madre mi avesse dato uno schiaffo quando cominciai a bestemmiare non sarei arrivato a questo punto". La reazione positiva dell'operaio si deve al fatto che la Serva di Dio spiegò il suo gesto con buone parole»(10).

 

“La scuola dell’amore si impara nel dolore”. L’unione con l’Amore crocifisso

Dove ha imparato Madre Speranza questo amore? Lei stessa ripeteva spesso che “la scuola dell’amore si impara nel dolore”. Ebbe anche la grazia di unioni mistiche, attestate da vari testimoni, con le sofferenze di Gesù durante la Passione, rivivendo nel suo corpo la flagellazione, la coronazione di spine, la crocifissione, le stimmate. Lì ardeva d’amore, e questo amore che la portò a desiderare di consumarsi per Lui, fino all'immolazione totale. A questo invitava anche le sue figlie e i suoi figli:

«Si, [...] Gesù è amore e l’amore è fuoco che consuma; è operoso, e così come il fuoco se non arde, se non brucia, non è fuoco, anche l’amore se non opera, se non soffre, se non si sacrifica non è amore. Chi possiede l’amore di Gesù non può godere di quiete o tranquillità, ma sempre si dispone al sacrificio. Non si stanca né si scoraggia e siccome ogni giorno scopre nell’amato nuove grazie e nuovi incanti, in ogni momento desidera sacrificarsi e morire per lui»(11).

 

B. AMORE VERSO IL PROSSIMO. “Solo ameremo Gesù, amando i fratelli”

Come si è detto, l'amore a Dio e l'amore al prossimo sono due aspetti dello stesso precetto della carità lasciatoci da Cristo. La sua vita, il suo esempio sono l'espressione più alta dell'amore, un amore che lo spinge alla donazione totale di sé sulla croce. Chiunque vuol farsi suo discepolo, è chiamato a seguire le sue orme. Madre Speranza, cosciente che tutto è dono, rivolge al suo Signore questa preghiera:

«Concedimi di amare il prossimo come Tu lo hai amato e lo ami, sempre disposta a sacrificarmi per tutti»(12).

Questa richiesta, che nasce spontanea dal cuore DI Madre Speranza, dà la tonalità di come lei abbia vissuto, o meglio, come abbia incarnato l'amore al prossimo: desidera imparare ad amare come Cristo ama, pronta, sul suo esempio, al sacrificio totale.

Madre Speranza non presume di sé stessa, ma tutto aspetta e chiede a Dio, nel desiderio di amare ciò che Lui ama e di attirare a Lui tante anime che, non conoscendolo, lo offendono con la loro condotta:

«Gesù mio ti chiedo: dacci amore, dacci carità, concedici l’amore al prossimo; solo ameremo Gesù, amando i fratelli. Voglio amare tutti, buoni e cattivi; il peccato no, Gesù mio, ma il peccatore sì, perché si converta e ti ami.»(13).

Non fa dunque discriminazioni. Anzi, sull’esempio di Cristo, va in cerca della pecorella perduta, si offre e soffre per la sua conversione, se ne prende cura.

Il suo amore è un amore concreto, che si fa presente ai poveri, agli emarginati, ai peccatori, ai sacerdoti, alla gente più semplice come ad alte personalità ecclesiastiche e civili.

È un amore che non fa distinzioni, che si fa attento ai suoi figli e alle sue figlie così come accoglie il forestiero o il pellegrino di passaggio.

È un amore riconoscente e grato verso i benefattori che l'aiutano e la sostengono nella realizzazione del piano di Dio e delle sue opere.

Ma lei sente e tratta come tali anche coloro che, ostacolandola, la portano a percorrere il cammino della croce: i nemici sono per lei i più grandi benefattori perché le permettono di unirsi sempre più al suo Dio e di guadagnare meriti davanti a Lui.

È un amore che oltrepassa la dimensione terrena per farsi solidale con le anime del purgatorio che, non potendo più acquistare meriti, attendono suffragi dagli uomini per godere pienamente per l'eternità della gioia celeste.

Tentiamo ora di illuminare, seppure brevemente, i singoli aspetti, col fine di fare emergere la figura di questa donna che ha saputo farsi solidale con l'uomo del suo tempo.

 

«I poveri sono sempre stati la mia passione»

Nata in una famiglia estremamente povera, il primo grande amore verso il prossimo che ha caratterizzato la vita di Madre Speranza, ha riguardato gli ultimi, i più piccoli e bisognosi. L’ha imparato dal cuore di Gesù: “misericordioso” è l’amore di Dio che si rivolge verso chi è più misero. Per i poveri e bisognosi ha fondato la Congregazione delle Ancelle dell’Amore misericordioso, esortandole a dare una casa, una famiglia, un cuore di madre a tutti i bisognosi.

Anche qui faccio solo qualche accenno, in una miniera di testimonianze. La misura del suo desiderio di raggiungere l'uomo più abbandonato, ce la dà l'episodio da lei raccontato, avvenuto nella casa di Calle Toledo, nel Natale del 1927(14). Arrivò ad abbandonare quella casa, forte dell'esortazione del Signore: «Speranza, dove non possono entrare i poveri, non entrare tu, fuori da questa casa»(15).

Lei desiderava che la sua vita fosse manifestazione e testimonianza concreta dell'amore misericordioso di Dio per ogni creatura: «L’uomo più malvagio, il più derelitto e miserabile, è amato da Lui con infinita tenerezza»(16).

Dal 1930 al 1940 fondò tredici case per bambini poveri. Dopo la guerra civile spagnola mise tutte le sue energie per soccorrere ed accogliere i bambini rimpatriati e gli orfani di guerra(17). In questi momenti di grandi sofferenze, in mezzo a difficoltà e paure per la stessa incolumità fisica, Madre Speranza incoraggiava le sue figlie:

«Il buon Gesù [...] veglia e veglierà su di voi e sulla Congregazione intera; però dovete essere madri, vere madri per questi bambini poveri e stare sicure che Lui vi difenderà da ogni pericolo. State attente ad accudire questi poveri bambini nelle loro necessità come vere madri, dando loro quello di cui hanno bisogno prima di pensare a voi stesse»(18).

 

L’accoglienza materna dei pellegrini (carità verso la miseria spirituale)

All’attenzione materna verso ogni tipo di povertà materiale ha unito, soprattutto nell’ultima fase della sua vita, qui a Collevalenza, l’attenzione e la cura verso ogni tipo di miseria spirituale.

Riporto l’esperienza di un pellegrino nell’incontro con lei, sottolineando la profondità del rapporto che da quell’incontro nasceva:

«Verso le 9.10 arrivò la Madre ed entrammo da lei insieme io e mia moglie. Dimenticai tutto il discorso preparato e mi limitai a dire alla Madre che venivo da lontano, che avevo bisogno di parlarle, ma non ricordavo cosa dirle. La Madre affettuosamente mi disse: "Figlio mio, mettiti seduto che te lo dico io". La Madre incominciò a parlare ed io mi accorsi che mi stava scrutando dentro, guardandomi con quegli occhi che erano come uno specchio della mia coscienza, tutti i miei difetti e manchevolezze venivano alla luce. Rimasi annichilito di fronte a questa donna che mi sembrava nel tempo stesso gigante e piccola. Rimasi anche colpito dal fatto che parlando delle mie cose non aveva l'aria di giudicarmi ma piuttosto di scusarmi. Io che ero persuaso di essere trascurato ed incompreso da tutti, mi sentii per la prima volta amato dalla Madre. Quegli occhi meravigliosi, mentre guardavano compassionevolmente le miserie umane, rivelavano all'interno una donna di fede e di carità»(19).

 

Amore ai nemici e perdono(Cf “Positio” pp 400-405)

Un altro aspetto, il più alto dell’amore verso il prossimo, è dato dall’atteggiamento del perdono verso le persone che l’hanno fatta soffrire in tanti modi. Anche questo l’ha imparato da quell’Amore crocifisso che dice: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno!”.

Le testimonianze, anche qui, sono numerosissime. Riporto solo una preghiera, che lei annota nel suo diario nel tempo della prima persecuzione. Cerca in ogni modo di “strappare” al suo «Buen Jesús» (che altro desidera Lui!) il perdono per quanti le hanno fatto del male:

«Mi dici, Gesù mio, che sarai il nemico dei miei nemici e tormenterai quanti mi affliggono. Padre di amore e di misericordia, Ti prego, dimentica, non considerare e perdona perché sono accecati. Gesù mio, dimentica tutto il male che vorrebbero farmi; valuta invece il bene che arrecano alla mia povera anima: con le loro trame e calunnie mi hanno unito di più a Te e mi hanno procurato moltissime sofferenze che ho sopportato con gioia per Te e per la Tua gloria. Nella loro cecità avranno preteso o pretenderanno farmi del male, ma Tu sai che mi hanno procurato tanto bene, perciò Ti prego, Gesù mio, perdonali e abbi pietà di loro. Me lo concederai, Gesù mio? Non desidero che sentirti dire che perdoni i miei nemici, poiché il mio cuore, colmo del tuo amore, altro non vuole che il perdono per tutti coloro che ti hanno offeso con questa persecuzione»(20).

 

La sua particolare ansia di liberare le anime dal purgatorio

Madre Speranza aveva nel suo cuore la passione per la salvezza di ogni anima, ma una particolare devozione aveva per le anime del purgatorio. Scriveva:

«Gesù ha dato la sua vita per loro. Io devo sacrificarmi e contribuire alla salvezza di quanti sono ancora al mondo e al sollievo di chi è in purgatorio. Per loro [...] dobbiamo offrire il calice della sofferenza e tutto il nostro lavoro»(21).

Per loro faceva celebrare molte Sante Messe. Un tanto per cento delle offerte che riceveva era destinato a questo scopo. Si conserva ancora la busta, scritta di suo pugno, in cui riponeva il denaro per questo scopo(22). E a noi, suoi figli, ha lasciato il mandato di continuare questa carità.

 

L’ amore preferenziale per i ministri di Cristo (Cf “Positio” pp 405-409)

Concludo con un accenno, che meriterebbe ben altro spazio e tempo, per l’altro grande amore che ha bruciato la sua vita: i ministri del Signore. Fondando, dopo quella delle Ancelle, la nostra Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso, Madre Speranza ci ha affidato, come missione principale, l’unione con i sacerdoti del clero diocesano e la loro accoglienza, in spirito di famiglia, nelle nostre case, essendo per loro “veri fratelli”.

Fin dall'inizio della sua vita consacrata, quando ancora era nella Congregazione delle Missionarie Claretiane, lo stesso Gesù mise nel cuore di Madre Speranza un forte amore per i suoi ministri e le affidò la missione di «contagiare» di tale amore quanti avrebbe incontrato sul suo cammino. Doveva far sì che tutti sentissero il desiderio di soffrire e di offrirsi come vittime di espiazione per i peccati dei sacerdoti del mondo intero(23).

Madre Speranza fece, per la prima volta, il voto di vittima il 24 dicembre del 1927 e, anni più tardi, nel Natale del 1941, così scrive nel suo diario:

«Avendo presente quanto Gesù ha sofferto e fatto per tutti, l’amore che continuamente ci manifesta, la scarsa gratitudine che riceve dalle anime consacrate e le offese che subisce dai suoi sacerdoti, mi sento indotta a rinnovare la mia offerta come vittima di espiazione, fatta il 24 dicembre 1927 per riparare le offese dei sacerdoti del mondo intero. È poco, Dio mio, quanto ti do per un risarcimento tanto grande, ma Tu, Gesù mio, uniscila al tuo amore e alla tua misericordia e tutto sarà compensato.»(24).

Circa un mese prima aveva ancora annotato nel Diario:

«Concedimi [...] la grazia di amare intensamente la croce e che il desiderio della santificazione dei tuoi sacerdoti, mi renda felice vivendo una vita di espiazione, arrivando non solo ad amare il dolore, la mortificazione e la croce ma a desiderarle con ansia giacché la sete per la salvezza delle anime, il desiderio di soffrire e soprattutto l’amore alla croce è stato il tuo amore portato fino al sacrificio di Te stesso»(25).

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.


(1) Tengo presente una catechesi di D. Fabio Rosini sull’Inno alla carità, trasmessa da Radio Vaticana.

(2) Diario, 11.2.1954, Summ., p. 793, 174.

(3) Consejos prácticos 1941, Summ., p. 820, n. 223. Cf. anche Consejos prácticos 1941, Summ., p. 817, n. 217.

(4) Diario, 3.8.1942, Summ., p. 745, n. 62.

(5) Summ., teste 48, p. 502, 86-90.

(6) Diario, 18.3.1952, Summ., p. 769, n. 116.

(7) Diario, 1.2.1940, Summ., p. 729, n. 15.

(8) Diario, 4.10.1941, Summ., p. 734, n. 30.

(9) Summ., teste 4, p. 63, 88.

(10) Summ., teste 18, p. 269, 86-90.

(11) Consejos prácticos 1941, Summ., p. 819, n. 220.

(12) Diario, 16.2.1940, Summ., p. 730, n. 16.

(13) Consejos prácticos 1941, Summ., pp. 817-818, n. 217.

(14) Cf, Infra, cap. IV, p. 53 b). Cf. anche Summ., teste 3, p. 33, 92.

(15) Documenti, cap. IV, doc. 81, p. 177.

(16) Diario, 19.2.1928, Summ., p. 727, n. 9.

(17) Cf. Summ., teste 83, p. 659, 96.

(18) Circolare, 23.5.1936, Summ., p. 825, n. 233.

(19) Summ., teste 29, p. 386, 3.

(20) Diario, 16.9.1941, Summ., p. 734, n. 28. Cf. anche Diario, 4.11.1941, Summ., pp. 734-735, n. 30.

(21) Consejos prácticos 1933, Summ., p. 812, n. 205.

(22) Cf. Summ., teste 4, p. 61, 79; teste 9, p. 152, 66.

(23) Cf. Diario, 18.12.1927, Summ., p. 725, n. 3.

(24) Diario, 24.12.1941, Summ., p. 738, n. 44. Già nel Giovedì Santo del 1940, in un momento di grande dolore e sofferenza per lei e per la sua Congregazione aveva rinnovato tale offerta (cf. Diario, 21.3.1940, Summ., p. 731, n. 17).
Numerosi anche i testimoni che ricordano questo atteggiamento vittimale della Serva di Dio (cf. Summ., teste 1, p. 11, 88;teste 3, p. 28, 78; teste 5, p. 96, 93; teste 9, p. 157, 88; teste 13, p. 199, 88; teste 15, p. 227, 88, ecc.).

(25) Diario, 18.11.1941, Summ., pp. 736-737, n. 37. Cf. Diario, 6.11.1942, Summ., p. 746, n. 66.