Anna Da e Guenda Malvezzi

L'HANDICAPPATO IN COMUNITA'

 

GUENDA: - Quando ci arrivò la telefonata di Padre Domenico a Ciampino, dove viviamo in una casa che ci è stata offerta dall'Italgas, per chiederci se potevamo venire a questo convegno a parlare, abbiamo detto sì, ma con una grande paura perché non siamo abituati ad andare a convegni, né tanto meno a parlare molto. Abbiamo deciso che Fabio e Maria potessero venire con noi perché crediamo che è una delle testimonianze più forti e perché noi se siamo al "Chicco"(così si chiama questa comunità), è proprio perché ci sono Fabio e Maria e tutto quello che Fabio e Maria hanno dato a noi è quello che uscirà via via nel corso di questa piccola testimonianza.

Il "Chicco" è nato due anni fa più o meno, è nato... ma penso un po' per la "follia" del Buon Dio che ci ha chiamato attraverso diversi incontri, Anna in Francia e io a Roma, attraverso contatti con queste persone rese facili da un handicap mentale. Dopo aver vissuto un pochino con loro, con questi ragazzi che vivevano in famiglia e aver scoperto un pochino che al di là dell'apparenza, al di là di quello che si vede immediatamente c'è un qualcosa di più vero e più profondo, ci sono dei valori diversi che oggi è difficile scoprire, ma sono quelli che probabilmente contano di più.

Fabio e Maria ancora non parlano ma hanno un latro tipo di linguaggio che è il linguaggio dell'urlo, del sorriso, del pianto che trasmette moltissimo; ci vuole tempo: bisogna starci insieme, non è un linguaggio di parole ma è un linguaggio a cui far attenzione.

Il "Chicco" è nato attraverso la conoscenza di tre o quattro bambini che sono morti in poco tempo e che hanno lasciato una traccia. Con Anna ci siamo incontrate per caso a Loreto in un pellegrinaggio e così parlando un pochino del nostro futuro, di che cosa si voleva fare, abbiamo visto che probabilmente il Signore faceva incontrare una francese e un'italiana lungo la strada e così ci siamo ritrovate a vivere insieme.

Fabio e Maria sono arrivati anche loro non perché l'abbiamo scelti, ma perché nell'Istituto dove stavano c'era un'urgenza; non c'era un posto e non si sapeva dove mandarli e così, l'11 Dicembre di due anni fa tutti e quattro ci siamo trovati a Ciampino.

Il perché abbiamo chiamato la casa "il Chicco" è dovuto al fatto che abbiamo preso quel brano del Vangelo: "se il chicco di grano non muore non porta frutto, ma se muore porta molti frutti". Lo sentiamo riferito a noi nel senso che dobbiamo morire a molte cose: al nostro orgoglio, alla nostra voglia di fare... al sapersi fermare un pochino per mettersi in ascolto, al vincere le paure che noi abbiamo e che loro c'insegnano a non avere.

Stamattina come siamo arrivati? Sono piccole storie ma... a noi fanno molto pensare... C'è stato Fabio che ha incontrato un signore, non so se sta ancora qui, è la prima persona che ha incontrato e a cui è andato subito incontro molto gioiosamente e s'è messo subito a cercare nella sua tasca le chiavi perché è appassionato di macchine; questo per dire il senso dell'accoglienza, dell'andare incontro a questo prossimo estraneo di fatto, perché Fabio non lo conosceva; questa semplicità d'incontro e di scambio che ancora oggi è difficile perché si ha paura d'incontrare l'altro, si ha paura di quello che l'altro pensa, come la pensa, ecc.

Forse una delle tante cose che loro c'insegnano è questa: vivere con gli altri veramente come fratelli, non per fare sentimentalismo o paternalismo, perché essi non sanno neanche che cos'è, ma lo dimostrano di fatto con la loro presenza.

E poi ci sono stati molti momenti al "Chicco" di vita insieme di cui ve ne parlerà un poco Anna, così come di fatto funziona la vita che ci ha riportato molto all'essenziale. Come organizzazione è tutta la casa diciamo che va avanti attorno al punto centrale che è la presenza di Nostro Signore: abbiamo avuto la gioia di poter avere in casa il SS.mo nella piccola cappella.

In realtà se la casa esiste, più, si va avanti e più ne abbiamo la convinzione, è perché c'è il Signore di mezzo, è perché vivendo in comunità, anche se piccola, tutta la vita in comunità si fonda di fatto sul perdono perché non è sempre facile vivere insieme. Abbiamo avuto la fortuna, il dono di avere come fratelli di comunità due bimbi che ci ricordano che cosa vuol dire perdonare, aver bisogno degli altri perché essi hanno bisogno degli altri nello stesso modo con cui noi abbiamo bisogno di loro.

Anna dì un pò tu della vita della casa...

ANNA: - La vita al Chicco è molto semplice. Abbiamo scelto soprattutto una vita familiare che sia il più possibile vicina a una vita di famiglia perché loro non ce l'avevano e questo ci è sembrato più importante... non sarà mai una famiglia certo... però almeno si prova a ricreare il ritmo e l'ambiente di essa.

Vanno in una scuola speciale per adesso, tutti e due insieme nella stessa scuola; l'anno prossimo si farà un cambiamento. Viene il pulmino verso le otto prende i due bimbi e li riporta verso le quattro e dalle quattro in poi si fa una passeggiata, si gioca, si va a comperare il latte: niente di speciale.

Soprattutto abbiamo il desiderio di vivere inseriti il più possibile nel quartiere, vicini alla parrocchia, ciò che all'inizio non è stato molto facile perché loro non sapevano stare tranquilli in Chiesa: quando hanno qualcosa da dire lo dicono a modo loro, per noi è pure una forma di preghiera, però qualche volta dagli altri non è capito così. Tuttavia poco a poco il parroco è venuto a trovarci sempre più spesso, siamo andati dal Papa due volte e, a poco a poco si è formato un legame con la parrocchia che speriamo diventi sempre più forte.

Quest'anno Fabio dovrebbe fare la prima Comunione e per noi è una grande gioia perché l'aspettiamo insieme da tanto tempo. Un piccolo segreto che ci ha fatto capire che Fabio è pronto molto più di quanto pensiamo è dato dal fatto che un giorno stavamo pregando in Cappella, avevamo il SS. da poco tempo e degli amici che erano venuti a trovarci, il pomeriggio hanno pregato con noi, hanno letto il brano evangelico in cui si dice "bussate e vi sarà aperto... chiedete a vi sarà dato..." Senza spiegazione né niente. Fabio stava sul banco, si è alzato, è andato verso il Tabernacolo, ha bussato due volte, si è girato verso di noi, ci ha mandato un bacino poi di nuovo a bussato due volte, è tornato a sedersi al suo posto e da questo giorno tutte le sere è andato a bussare alla porta del Tabernacolo ed ha smesso di bussare alla porta del Tabernacolo il giorno in cui abbiamo tolto il SS.mo perché andavamo fuori per un mese.

Questo fatto ci ha colpito molto... perché Fabio aveva capito forse molto meglio di noi cos'è la Presenza del Signore. Questo e altri fatti ci inducono a pensare che non tocca a noi sapere se è il momento o no: il Signore ce lo ha fatto vedere.

Quindi ci sono questi momenti di preghiera insieme, per cui ogni sera ci ritroviamo a pregare per ringraziare il Signore della giornata: questa è la vita di ogni giorno; spesso la domenica vengono a trovarci degli amici o noi andiamo da loro.

Poi si fanno tutte quelle cose che un bambino ha voglia di fare: qualche volta siamo andati al luna park o andiamo a fare un giretto in bicicletta, niente di speciale, una vita molto semplice... però siamo contenti di vivere insieme e penso che sia la cosa più importante, anche se non è facile per nessuno di noi quattro: non è che è facile per qualcuno e difficile per gli altri.

Vedo che ognuno ha i suoi momenti di difficoltà e di gioia; all'inizio era difficile per loro mangiare come tutti, perché avevano l'abitudine di mangiare tutto frullato, tutto dolce; poco a poco hanno preso l'abitudine do mangiare a pezzetti, però con tanti lanci di piatti perché non andava... che andavano a finire in faccia a Maria.

A Maria non piaceva tanto vedere la gente venire a casa, forse perché aveva bisogno di tempo per capire che era proprio a casa sua e nessuno le poteva mai togliere questa casa.

Allora Maria si esprimeva in modo violento e qualche volta con urla e poi sceglieva la gente. Quando veniva qualcuno che non le andava, allora lo faceva sapere e poi poco a poco ha imparato pure lei che alla gente si deve voler bene e ha saputo sempre meglio dire alla gente che anche lei vuole bene. Ha preso tempo e prende tempo, perché sono progressi che potrebbero sembrare piccoli, però per noi il più piccolo progresso è molto importante.

E' questa la vita di ogni giorno; siamo molto aiutati da tanta gente e questo credo che sia una fortuna immensa perché abbiamo poco per vivere, abbiamo ciò che lo Stato ci dà per ogni bambino, però non basta; fino adesso abbiamo lavorato due volte la settimana poi abbiamo deciso di smettere. La Provvidenza c'è, ci crediamo molto e credo che sia importante , anche se abbiamo bisogno degli altri e credo che dire questo è un modo di testimoniare; spesso c'è qualcuno che ci porta le uova, che ci porta un dolce: c'è uno scambio, si sente, che non si fa per pietà... ma si fa proprio perché c'è un'amicizia che è nata poco a poco nel quartiere.

Noi proviamo a fare ciò che possiamo, soprattutto Fabio ci prova tante volte... quando passa qualcuno davanti al cancello lo fa entrare a visitare la casa, lo porta dalle galline e subito diventa amico suo e insegna a noi l'accoglienza, qualche volta noi non abbiamo voglia... invece a lui fa sempre piacere. E' questa la vita del "Chicco".

DOMENICO: - Io personalmente ho gli occhi abbastanza lucidi e mi pare che anche i vostri non lo siano meno. Percepiamo che non sono cose raccontate "ad effetto"; dette con questa semplicità sono sicuramente autentiche.

Sono anche contento perché non abbiamo da ascoltare solamente le grosse esperienze; ci sono anche le piccole cose che non fanno notizia e non per questo sono meno valide.

E poi stavo pensando che qui Fabio e Maria, che stanno seduti sopra questo tavolo, accanto al quale stava seduto anche il Papa, ci stanno molto bene, veramente! E penso che abbiano parlato anche loro, con il loro modo, e quindi sono sicuramente anche loro dentro questo convegno con tutta la loro presenza umana particolare.

Comunque, per ritornare ancora a qualche cosa della loro esperienza, dobbiamo dire che è stato Jean VANIER, il fondatore dell'Arca, a suggerirci di invitare loro, dal momento che lui non poteva partecipare.

Ora vorrei chiedere a loro qual'è lo spirito con cui intendono fare questo servizio... in nome di che cosa voi fate questo lavoro e poi se potete dire ancora concretamente cosa prevedete per il futuro, che cosa avete in mente.

GUENDA: - Ma in nome di chi? In nome di nostro Signore, questo è chiaro, e di fatto si concretizza una vita insieme... A volte ci capita di sentirci dire: ma che brave...! Voi state con bambini handicappati, chissà quanta pazienza, quanto fate per loro... Quello che noi vogliamo e per cui ci battiamo molto, perché veramente ci crediamo, è: viviamo con loro, stiamo insieme a loro e ognuno di loro ci dà qualche cosa. Io presto le mie mani a Maria per aiutarla a mangiare e lei mi presta il suo cuore per imparare a salutare meglio qualcuno che magari non mi sta molto simpatico.

In prospettiva e come futuro. In Italia c'è un'associazione che lavora con ragazzi handicappati mentali e lì abbiamo conosciuto Jean VANIER.

Ma quando abbiamo deciso di vivere insieme ancora non sapevamo bene se la nostra chiamata era all'Arca, oppure se era qualche altra cosa. Sapevamo che dovevamo vivere con loro, stare con loro, ma concretamente in quale struttura ancora non vedevamo chiaro.

E' stato a Luglio che ci siamo incontrati con J. VANIER e abbiamo fatto una richiesta per entrare nella comunità dell'Arche e questo per due motivi: per la vita di comunità che a volte è difficile per noi che siamo in quattro, a volte ci si sente un pò soli... nonostante la gente che ti sta intorno; è poi importante che ogni comunità possa sapere che intorno ci sono altre persone che vivono allo stesso modo, che hanno un pò lo stesso ideale: questo è stato un altro motivo che ci ha spinto a chiedere all'Arche di entrare a far parte della loro comunità. Infatti con Fabio e Maria siamo andati in una comunità dell'arche. Questa comprende comunità di vita con ragazzi o adulti con handicap sempre mentali ed è estesa a livello un pò internazionale. Ci sono alcuni paesi, come nell'Alto Volta, Honduras, in cui l'esigenza è stata quella di accogliere dei bambini, oppure in Francia o Inghilterra in cui sono stati accolti ragazzi adulti; quindi dipende un pò dalle esigenze dei diversi paesi. Per noi il fatto di sapere che ci sono altre persone che vivono alla stessa maniera è confortante, specie nei momenti duri.

In prospettiva il "Chicco" è aperto per accogliere chi vuole venire. In Settembre dovrebbe arrivare un'altra bimba per vivere con noi e poi ci sono diversi giovani che vengono e la porta è aperta anche a loro; probabilmente arriverà anche qualcuno: chi chiede di venire per un mese, chi per 15 giorni, chi un anno, chi di più.

Quello che ci ha colpito all'Arche quando abbiamo incontrato alcuni ragazzi che stavano lì, è stato quanto essi stessi ci hanno detto..." Sono venuto all'Arche per stare 15 giorni; ora sono 15 anni che sto qui" e questo ci è capitato nell'incontrare diverse persone. Chiediamo al Signore che mandi qualcuno e, piano piano, queste persone vengono.

Certo, che come comunità, per noi è importante, essendoci bambini, che siano sempre comunità piccole, dove loro possano respirare il senso e il calore di una vita familiare, anche se come diceva Anna, non lo è perché non siamo né madre né padre e non possiamo sostituirci a loro, ma solo dare quell'ambiente che possiamo.

ANNA: - Ci sarebbe da aggiungere che mi ha colpito molto, almeno personalmente, nella scelta che ho fatto di venire a vivere qua, la presenza della Madonna. Ci siamo incontrate a Loreto, poi a Lourdes e sempre con l'aiuto della Madonna si sono fatti passi avanti e credo che sia molto presente nella nostra casa, Insieme alla presenza del SS.mo ci aiuta ad avvicinarci un pochino a quella che era la Sacra Famiglia.

DOMENICO: - Non so se ci sono delle domande da fare dal posto; se qualcuno vuole chiedere qualcosa, può parlare.

DOMANDA: "Può dirci di più su l'Arca?"

GUENDA: - In Italia ci sono "comunità d'incontro" che offrono possibilità di vivere in amicizia, incontri periodoci e ogni sera i ragazzi tornano alla propria casa. L'Arca invece comprende "comunità di vita": sono ragazzi o che sono usciti dall'ospedale psichiatrico o che vivono in Istituti o che non possono più vivere in famiglia e praticamente la nostra è la loro casa.

Lo spirito di fondo, cioè l'accoglienza del piccolo e del povero, è la stessa in tutte le comunità.

ANNA: - L'Arca è stata fondata nel 1964. In seguito si è capita pure l'importanza di dare un sostegno alle famiglie che tengono i ragazzi con sé; ciò che sarebbe la cosa migliore. Però molto spesso è difficile per i genitori, perché hanno bisogno di un aiuto e allora è nato questo tipo di aiuto per le famiglie. Si avviano incontri tra amici, ragazzi e genitori con pellegrinaggi e campeggi... tutto questo è sempre una volta o due al mese... Quindi lo spirito è lo stesso, ma il modo di attuarlo è diverso.

DOMANDA: "Qual'è la storia di Fabio e di Maria?".

GUENDA: - Io credo che c'è una parte di noi stessi che non diciamo a tutti quanti, non per non volerne parlare. Io della mia vita personale non ne parlo a tutti; così anche Fabio e Maria hanno una parte della loro vita che va rispettata: la si deve conoscere per poterli aiutare, ma se non serve per questo, non ce la sentiamo di dirla.

DOMANDA: "Prevedete di accogliere altri ragazzi?"

GUENDA: - A settembre possiamo accogliere un altro bimbo perché fisicamente ce la facciamo. Si tratta di un bambino che dipende totalmente: non può camminare. Purtroppo siamo ancora in due soltanto e dobbiamo assicurare una presenza continua. Per il momento è la Regione Lazio che ci indirizza i bambini. Data la casa ne possiamo accogliere tre o quattro al massimo. Come priorità abbiamo intenzione di accogliere i più gravi e quelli più abbandonati. Quando avevamo accolto Fabio e Maria ci avevano detto che non c'era assolutamente niente, niente da fare. I primi giorni... sì adesso ci ridiamo molto, ma avevamo un mucchio di lampadine che era incredibile perché tutto quanto volava sopra le lampadine... poi giusto perché oggi è festa Fabio ha il laccetto in mano, ma la mattina trovavamo le lenzuola rotte completamente per fare quel bel gioco, vero Fabio? per fare quel gioco lì tutta la giornata e poi piatti, urla e grida: ci hanno messo alla prova. Ora questa è la seconda volta che dormono fuori, che mangiano in una sala così grande, cosa che inizialmente era imprevedibile e siamo convinte che anche il ragazzo più grave, quello che definiscono irrecuperabile, possa arrivare non soltanto a mangiare o a sorridere, ma possa fare qualche cosa... certo ognuno ha i suoi passi e i suoi tempi...

DOMENICO: - Mi pare che l'idea importante sia quella dell'accoglienza, non so se ho capito bene. Mi pare che Jean Vanier dica che la storia dell'Arca è incominciata quando fu accolto Raffaele e fu accolto per sempre. Che cosa potete dire voi su questa accoglienza che ha cambiato, letteralmente trasformato la vita vostra e quella di Fabio e Maria?

GUENDA: - Fabio e Maria sono usciti perché c'era dietro una sicurezza. Certo, ci sono dei momenti in cui si è stanchi e si dice: "ma chi me lo ha fatto fare... perché si sono capitata...", capitano anche a me questi momenti. Però emerge subito la fiducia nel Signore. Credo che da tutte le parti capitino momenti di stanchezza: suore, sacerdoti, coppia familiare... però l'importante per noi è ritornare in questi momenti al perché ci sono Fabio e Maria e al perché sono venuti fuori dalla loro situazione.

Ciò che interessa a noi è che l'ambiente sia il più adatto; è successo anche in altre comunità dell'Arche che dei ragazzi siano stati spostati a motivo dell'ambiente o per il tipo di handicap della persona che non poteva stare con l'altro o era negativo; questo è da vedere piano piano. In ogni caso per essi la certezza di una casa propria c'è ed è assicurata nel futuro.

ANNA: - Oppure dopo, se hanno la possibilità di scegliere pure loro, se c'è uno che dice: "io vorrei andare... vorrei provare...", non tocca a noi bloccare il loro desiderio di autonomia.

Credo che è importante e giusto ciò che diceva Guenda: bisogna tornare sempre alla scelta iniziale e cioè a quanto dice J. Vanièr: il povero al centro della comunità. Questa realtà è molto sentita e poiché la provenienza degli assistenti e dei membri della comunità è diversa, si fa unità proprio intorno al più piccolo.

Succede qualche volta che, pur credendo in Dio, qualcuno non ha fatto una scelta chiara o definitiva; per questo è importante avere un punto di riferimento.