La lettera

 

Oltrepassare la guerra

Carissimo,

   la guerra, l’incubo di un disastro planetario, di una catastrofe umanitaria, religiosa.

   No, non è stato per satanizzare Bush né avremmo potuto rinunciare alle ragioni che ci difendono dal terrorismo, e però noi abbiamo voluto, abbiamo pregato, abbiamo sperato nei percorsi della legalità internazionale.
   Perché la nostra vocazione radicale resta la pace, la guerra è sempre un’avventura senza ritorno, è una sconfitta dell’umanità. Non abbiamo mai il diritto di mettere a rischio il mondo. Abbiamo il dovere di rendere, questo sì, inevitabile la pace. La pace con cui si apre e si chiude il Vangelo, la pace delle Beatitudini, la pace della Chiesa che non può battezzare la guerra.
   Pio XII: «Tutto è perduto con la guerra». Nella «Pacem in terris». Giovanni XXIII: «A tutti gli uomini spetta il compito immenso di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà».
   Paolo VI alle Nazioni Unite: «Noi sentiamo di fare nostra la voce dei morti, caduti nelle tremende guerre passate, sognando la concordia e la pace del mondo; la voce dei vivi, che sono sopravvissuti portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; dei giovani che sognano a buon diritto una migliore umanità».
   Gli appelli, drammatici, di Giovanni Paolo II: «La responsabilità dinanzi a Dio e agli uomini...». Raccolti a Palermo, nel mare del Mediterraneo, i partecipanti all’«incontro della pace», nel settembre 2002: «Come umili pellegrini di pace, vogliamo dire al mondo che nessun conflitto, nessun odio, nessun rancore può resistere alla preghiera... Dio conceda a questo secolo il perdono, l’amicizia, il futuro».
   Sì, dopo l’olocausto di questa guerra, forse si capirà che la pace non sarà la vittoria delle armi!

Nino Barraco

 

Il cuore come futuro

Carissimo,

   è la misericordia, è il mistero del cuore che può decidere la meraviglia, la straordinarietà della vita, che può dare tenereza alla storia.
   Misericordia, misereor… caricare il nostro cuore del peso dei miseri, dare il nostro cuore agli altri. È il cuore che può assicurare il futuro del mondo.
   Il cuore, sì, perché è il cuore la chiave di tutto. È il cuore che pensa. Certo, che pensa! Il cuore che crede, che vuole. Qui si decide tutto. Qui è la risposta o il rifiuto dell’amore, della speranza.
   Stare dalla parte del cuore, del giudizio dell’ultimo giorno, ridare cuore alla storia, alla vita, alle nuove frontiere, rendere il mondo più affettuoso.
   Ha scritto stupendamente il Papa nella “Redemptor hominis”: “l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane, per se stesso, un essere incomprensibile, la sua vita rimane priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta, se non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente”.
  
È qui il futuro del mondo. In una società, come la nostra, segnata dalle grandi solitudini, dalle forti domande di comunione, dalle paure e dalle violenze, dal terrorismo e dalla guerra, che rendono l’implorazione del cuore ancora più esigente, siamo chiamati ad essere cultura del cuore, pastorale del cuore, competenza del cuore, scuola del cuore, preghiera del cuore.
   Il cuore, come luogo della conversione morale all’amore. Di più, come luogo teologico, in cui l’uomo si ritrova visto, amato, liberato dal cuore di Dio, e perciò, vede, ama, soffre e lotta con i fratelli, nei quali è presente il volto di Dio stesso.
   Ecco, ritrovarci, tutti, impegnati in questa “operazione” del cuore.
   Sì, lasciamoci trascinare dal cuore, dal vento dello Spirito!

Nino Barraco

 

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ultimo aggionamento 25 maggio, 2003