P A S T O R A L E

g  i  o  v  a  n  i  l  e

p a s t o r a l e  g i o v a n i l e

     Sr. Erika di Gesù, eam

 

Fortezza

a cielo

aperto

 

Carissimi,

nei dintorni di Aleppo, l’antica basilica di San Simeone trattiene il respiro e spalanca lo sguardo.

Nessuna cupola ci trattiene.

Il tempo ha demolito i soffitti.

E insieme ai pellegrini, per più di 1500 anni, ha lentamente consumato una colonna alta quindici metri.

La colonna di Simeone, lo stilita.

Alta, sì, ma scomoda certamente.

Sopra di essa, c’era la sua piccola cella. A cielo aperto.

Luogo di un martirio senza paragoni.

Noi latini siamo abituati alla bellezza.

Le nostre chiese sono belle ed antiche.

Eppure la sfida di un uomo così originale, che ci obbliga a guardare il cielo per incontrarlo, ha un fascino irresistibile.

Fa caldo e passiamo le porte alla ricerca di ombra: riconosciamo la pianta a croce della basilica, costituita da quattro chiese che partono dalla colonna del Santo.

Nei tre absidi del braccio di Oriente si celebrava la Messa.

Questo braccio si piega leggermente, come il capo di Cristo morto sulla croce.

Ci fermiamo a celebrare le lodi. E preghiamo per il dono della fede.

Una fede antica, che la colonna consunta di Simeone, la cappella funeraria dei monaci che veneravano la sua memoria, la via sacra che congiunge il battistero ed il tempio, ci dicono ancora.

Ma questa fede, che sorpassa il secondo millennio, che consuma una colonna e desta ancora meraviglia, dove attinge le sue sorgenti?

Questa fortezza a cielo aperto, dove affonda le sue fondamenta?

Avrei voglia di interrogare Simeone:

"Ehi tu, amico, come te la passi?

Lo vedi il tuo Signore, nella notte?

All’alba, quando il sole alza il capo, che cosa dice?

Senti cantare le cicale? Che cosa fai, canti anche tu?

Tocchi il Cielo con un dito?".

Mi commuove il pensiero che, senza voce, possa giungere una risposta: l’invito a fermarmi presso quei pochi resti di uno sforzo apparentemente inumano.

Simeone tace. E parla il Cielo:

Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi.

Per questo non ci scoraggiamo ma se anche il nostro uomo esteriore si sta disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili…

Quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli (2Cor 4,13-14.16-18a. 5,1).

Ecco l’anima della fede: la certezza della risurrezione. L’attesa di una venuta, improvvisa, ma sicura.

La certezza di una gloria che risplende dappertutto. Perfino in cima a una scomoda colonna.

La gloria di Dio è maestà e presenza. Irraggiungibile e fedele. Come un amante segreto.

Ecco la fede: attesa di un compimento che non disprezza il corpo, ma ne fa una dimora eterna.

Il corpo diventa casa.

Pare che Simeone, come San Paolo, l’avesse capito.

Per questo faceva del suo corpo la sua casa.

E non temeva le intemperie, che possono soltanto abbreviare i tempi dell’attesa.

Ecco dove poggia la fede: Chi è stato con noi una volta, tornerà di nuovo.

L’abbiamo visto con i nostri occhi.

Più visibile delle cose visibili, anche se non lo vediamo ancora.

In questi giorni, coinvolta in pieno negli incontri di pastorale giovanile e vocazionale, ho quasi dimenticato Simeone, la sua lezione che ha il sapore dell’eterno.

Nella frenesia dell’annuncio, c’è qualcosa che rischia di sfuggirmi, e che, pure, questa tappa del nostro pellegrinaggio siriano mi aveva additato.

Uno dei ragazzi, nel fare "ecologia" dei suoi desideri, aveva buttato via anche questo: "Vorrei vivere all’infinito".

Forse pensava a vivere così, come siamo: in questa temporanea abitazione.

Aveva ragione, allora, a gettare nel cestino un sogno irrealizzabile.

Noi educatori lo abbiamo rimesso in gioco. Un click su ripristina, però, non sembrava convincere né lui, né il gruppo dei suoi amici.

Siamo fatti per vivere sempre, ripetevo.

Ma la nostra fede vacilla.

La sua fortezza non è fatta di pietre rosa resistenti come quelle della basilica di Simeone e la sua marmorea colonna.

Se della nostra fede rimane un moncone, non possiamo più salire in alto.

L’orizzonte si restringe. E questo è triste.

Che cosa darei perché i ragazzi, e noi con loro, ritrovassimo il brivido dell’altezza!

Perché pescassimo nel nostro spirito un barlume infinito della gloria di Dio!

Come vorrei ritrovare il gusto di svegliarsi all’alba e lasciarsi salutare dal sole!

E che saluto! Preludio di quello di Cristo, che è, che era e che viene.

Con l’avvento dell’islam, i monaci hanno fortificato la collina sulla quale sorge la chiesa più grande dei primi secoli del cristianesimo. In arabo la basilica viene detta appunto Qalah Siman: Fortezza di Simeone.

In questa era, in cui ci si accontenta di volare basso, come i piccioni, noi religiosi abbiamo il compito di ricostruire la fortezza.

Testimoniare la fede, in alto, e poi ridiscendere. Raccontare ciò che attendiamo con fiducia.

Portare i giovani sulla cima della colonna e scrutare con loro orizzonti più grandi.

Toccare, finalmente, il Cielo aperto con un dito.

Buon lavoro, amici e… arrivederci Simeone!

sr. Erika di Gesù

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ultimo aggiornamento 28 dicembre, 2007