Dio

solitario

o Dio

comunione

 

 

Sac. Angelo Spilla


Come è Dio dentro di se stesso? La fede ci fa credere in Dio uno e trino. Nel cielo Tre persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione, che formano un solo Dio. E così noi crediamo nel mistero della Trinità Santissima. Mi sembra opportuno "indagare" su Dio per sapere chi è effettivamente, che cosa noi crediamo e qual’è la carta d’identità di noi cristiani.

Non basta dire di credere in Dio poiché anche chi non è cristiano dice di credere. Importante è sapere in quale Dio si crede. L’avventura di scoprire il volto di Dio.

Un breve confronto per esempio lo facciamo tra la nostra religione e quella degli ebrei e dei musulmani.

Per questi ultimi, gli islamici, Dio è l’assoluto, è il creatore, colui che governa dall’alto senza scendere mai; è giudice che attende per la resa dei conti. Gli Ebrei, invece, credono che Dio è presente in mezzo al suo popolo, fa l’alleanza e si manifesta dentro la storia.

E per noi cristiani? Crediamo in un Dio Trinità. Dio è Padre che ha creato l’universo e lo dirige con sapienza e amore. Dio è Figlio che è venuto a farsi uno di noi. Dio è Spirito Santo in quanto porta a compimento il suo progetto d’amore con la sua forza. Siamo chiamati a riconoscere questo volto di Dio uno e trino, dove cioè la diversità non è eliminata in nome dell’unità, ma è considerata un arricchimento.

La Trinità non è un rebus. La Chiesa crede nella Trinità perché questa verità le è stata rivelata da Cristo. Tertulliano diceva: "Credo perché è assurdo". Ma c’è anche un’altra ragione. Se Dio è amore, come ci insegna la fede cristiana, allora non può essere un Dio solitario, perché l’amore non esiste per se stessi se non tra due o più persone. In Dio quindi c’è uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce. Il Padre ama eternamente il Figlio, il Figlio ama eternamente il Padre, il rapporto di amore che intercorre tra queste due persone divine è lo Spirito Santo. Allora il nostro Dio, sì, è unico ma non solitario. È rassomigliante all’unità della famiglia anziché a quella dell’individuo. Le tre persone divine possiedono ognuno il proprio mistero. Sono uniti e differenti; una stessa unità nell’infinita differenza. Il Padre è donazione, colui che si dà; il Figlio è Parola di risposta nella sua donazione al Padre e così, nel suo essere risposta, partecipa con il Padre a questa possibilità di essere sorgente di comunione; il Figlio, insieme al Padre può allora far scaturire lo Spirito d’Amore, la gratuità totale di amore verso il Padre e il Figlio. Persone distinte ma inseparabili.

Papa Benedetto XVI lo ha sottolineato dicendo: "Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica".

Nella Trinità Santissima c’è quindi l’unità e la Trinità, l’uguaglianza e la diversità. Il mistero della Trinità è stato paragonato al sole. Noi non riusciamo a guardarlo perché ci abbaglia. Però il sole illumina tutto e ci permette di vedere il mondo. Così per noi cristiani, il mistero della Trinità rimane imperscrutabile, ma al tempo stesso illumina tutta la nostra vita e dà un orientamento al nostro agire. L’essenza della vita trinitaria è la "relazione".

Anche noi dobbiamo, però, essere un riflesso della Trinità. Siamo diversi in tante cose ma ci deve contrassegnare l’unità di amore e di collaborazione. Proprio come Dio, che non è in se stesso solitudine ma comunione. Ci ha dato la prova di questo uscire da sé in cerca dell’uomo, per vivere la comunione con noi.

Ricordiamoci che Gesù pregando il Padre ha detto: "Perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa"1.

Silenzio di Dio o sordità dell’uomo?


Sono stati in molti a rimanere sorpresi dalle parole pronunziate dal Papa Giovanni Paolo II nell’udienza dell’undici Dicembre 2002. In riferimento a un testo del profeta Geremia2 e in particolare alla domanda rivolta a Dio "Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi?", il Papa ha detto: "Oltre alla spada e alla fame, c’è una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall’agire dell’umanità".

Ancora una volta Giovanni Paolo II ci ha colto di sorpresa pronunziando parole molto forti per richiamare il comportamento assunto dall’uomo odierno. E’ stato un chiaro monito rivolto, soprattutto, a coloro che sulla scena internazionale detengono il potere e hanno in mano le sorti dell’umanità. Il Papa ha descritto la tragica situazione in cui versa il mondo d’oggi, che tutti però dobbiamo riconoscere vera e attuale, in cui guerre e fame si stanno spartendo la terra. Egli ha parlato come un profeta. Il lamento è provocato "da un flagello che spesso colpisce la terra del vicino Oriente: la siccità. Ma a questo dramma naturale il profeta ne intreccia un altro non meno terrificante, la tragedia della guerra: la descrizione è purtroppo tragicamente attuale in tante regioni del nostro pianeta". E il Papa ha aggiunto che oltre alla spada e alla fame c’è una tragedia maggiore, quella del "silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall’agire dell’umanità".

La spirale di violenza terroristica della Terra Santa e la guerra "annunciata" contro l’Irak hanno la loro origine nell’avere abbandonato Dio, roccia di salvezza. Dobbiamo accogliere queste parole del Papa per renderci conto che siamo noi che stiamo cacciando Dio quando schiacciamo i poveri con le guerre, li condanniamo a fuggire, quando chiudiamo loro le nostre frontiere, quando non ci curiamo dell’affamato e senza tetto. Guardiamo al nostro mondo che soffre per l’abbandono di Dio; finiamola di lasciare carta bianca ai politici che in nome dell’ordine e del progresso economico seminano guerre e violenza anziché intraprendere la via del dialogo. Vogliamo preferire e percorrere le strade di Dio: il dialogo e l’uomo! Non se ne può più di voglia di guerra in un mondo che invece ha bisogno di pane.

Con il Papa ripetiamo le parole del profeta Geremia: "Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà, abbiamo peccato contro di te"3. Al silenzio di Dio occorre rispondere con un grande atto di amore. Per piacere a Dio occorre fare la sua volontà e metterci al servizio della vita.

Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro


In questa riflessione sul Padre mi voglio soffermare a considerare la parabola della "misericordia di Dio"4.

Erroneamente, noi la chiamiamo parabola del "figliol prodigo". È importante, quindi, leggere il contesto che precede la narrazione della parabola: "Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:…."5.

Da qualsiasi angolatura la si guardi, la parabola ha come figura centrale il Padre: lui davanti ai suoi figli e i due figli davanti a lui. È il protagonista originale.

Non mi soffermo a descrivere l’atteggiamento del figlio più giovane, o del figlio maggiore, bensì quello del Padre Misericordioso che è un modello da imitare. La nostra vocazione ultima consiste nel diventare simile al Padre e nel vivere la sua divina compassione e misericordia nella nostra vita quotidiana.

Nel suo comportamento Dio rivela i suoi sentimenti: egli non ama solo i giusti e i peccatori pentiti; vuole bene a tutti, sempre e senza condizioni.

Con questa parabola Gesù ci insegna prima di tutto che Dio non è quello che credono gli scribi e i farisei, cioè colui che tiene le distanze dai peccatori, che li emargina e li condanna, ma è colui che – come il padre buono della parabola – attende pazientemente il loro ravvedimento, spera sempre nel loro pentimento e così potere riabbracciare il peccatore pentito e fargli festa.

È con la figura del padre della parabola, allora, che ci dobbiamo identificare e non tanto con il figlio scapestrato, o con quello risentito. E’ Gesù d’altronde, che afferma: "Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso"6. Mi sembra un’affermazione piuttosto radicale.

La parabola, poi, non ci descrive, solamente, quanto Dio sia buono con noi, ma ci invita anche a diventare come Lui, mostrando la stessa compassione verso gli altri come Lui la mostra continuamente a noi.

Un’espressione ormai classica dice così: "… perdonati, … perdoniamo". È chiaro. Poiché Dio ci perdona, anche noi siamo destinati ad occupare il posto del Padre nostro celeste ed offrire agli altri la stessa misericordia che Lui ha offerto a noi. Ma l’insegnamento che ci dà Gesù in questa parabola è anche importante per un altro motivo: Gesù è il modello per noi chiamati a diventare il Padre. Gesù obbedisce al Padre, in tutto compie ogni cosa che il Padre gli chiede.

Questa è la condizione divina del Figlio. E Gesù fa tutto in perfetta libertà e amore. Il significato, dunque, della parabola è semplice. È lecito supporre che Gesù risponda alle mormorazioni dei farisei, che lo criticano perché mangiava con i peccatori, grossomodo in questi termini: "io preferisco la compagnia dei peccatori perché il Padre è misericordioso e quindi va in cerca soprattutto dei più perduti e questi sono più disposti a incontrarlo". Tra il Padre e il peccatore scatta una reciproca "simpatia".

Ricordiamoci che quanto più si riconosce il proprio peccato in cui si è imprigionati, tanto diventa più forte e vero il grido di salvezza e il cammino di ritorno alla casa del Padre. Gesù ci ricorda che la misericordia è propria del cuore del Padre. Egli desidera intensamente il ritorno di tutti coloro che si sono allontanati dalla vera fonte di vita. Gesù, spera per loro un perdono che permetta di ritrovare un’anima pura e santa. La parabola ci ricorda, anche, l’impegno che ognuno di noi deve mettere nel renderci misericordiosi verso i nostri fratelli.

Nella parola "misericordia" troviamo i due termini "miseria" e "cuore". Quando, dunque, la miseria altrui tocca e colpisce il tuo cuore, quella è misericordia.

Il bacio d’amore del nostro Dio


Ciò che si aspetta l’uomo di oggi, e particolarmente noi cristiani, è quello di trovare una risposta di senso alle motivazioni più alte intorno al suo essere. Nonostante il crescere della tecnologia, ci sembra che l’uomo rischia di perdersi in un mondo che gli appare sempre più estraneo. Chi siamo, verso dove andiamo, quale senso dare alla nostra vita, sono i tanti interrogativi che l’uomo si pone. E noi tutti ci poniamo. Ritorna il bisogno, allora, di riprendere il filo del discorso che sembra interrotto.

Quanto è triste vedere il volto sfiduciato di tanta gente, quanto è straziante vedere sbattere la faccia dell’uomo davanti ad un muro perché si sono viste crollare le proprie aspirazioni, quanta sofferenza per il fallimento della vita coniugale e la rottura della famiglia. Che dire poi di quei giovani privi di un senso di orientamento, privi di modelli veri di vita e senza una meta?

È il tempo di aiutare l’uomo a ritrovare se stesso. Il servizio che si deve prestare, da cristiani innanzitutto, è amare davvero quest’uomo, ponendosi al suo servizio, mettersi dalla parte del suo essere. Occorre sapere esprimere questa necessità di senso. Forse dovremmo tutti mettere da parte tante altre preoccupazioni che ci soffocano, per accompagnare l’uomo a capire ogni passo del suo cammino.

Accompagnarlo a raggiungere il proprio traguardo accendendo, lungo tutto il percorso, la fiaccola della verità.

Quando vediamo il volto dell’uomo sfiduciato, le braccia cadenti di chi non ce la fa più, il sorriso spento dei giovani, l’amore ormai seppellito delle coppie di sposi e i corpi rannicchiati degli anziani soli e abbandonati a se, cosa pensiamo in noi stessi?

So di fotografare non solo una realtà estranea alla nostra.

Una risposta c’è ed è quella di lasciarci guidare dalla verità. La verità sull’uomo, innanzitutto. Una risposta c’è: senza Cristo troppe domande sull’uomo restano inevase. C’è un modo nuovo e rinnovato per guardare al mondo attraverso gli occhi della misericordia e della carità di Dio. Non sappiamo vedere la bellezza che è in noi uomini e non sappiamo scorgere la bellezza che il mondo contiene perché non abbiamo occhi penetranti. Non sappiamo vedere, soprattutto, Dio che sorride al mondo ed è cordiale verso l’uomo. Ritorniamo a vedere questo Dio per vedere questo mondo nuovo. Dio bacia ancora l’uomo per amore.

Ce lo ha ricordato Giovanni Paolo II nei suoi innumerevoli discorsi ma soprattutto con la sua testimonianza personale. Ce lo sta proponendo papa Benedetto XVI con la sua prima Lettera enciclica "Deus Caritas est". Qualcuno si è chiesto come definire questa enciclica. "Un grande manifesto per l’umanità". Costituisce veramente un grande atto di coraggio e di fiducia all’umanità smarrita di questo nuovo millennio.

Ha spiegato Benedetto XVI che con questa sua Enciclica ha voluto rispondere ad alcune domande concrete e connesse con la vita cristiana, domande che toccano l’esperienza di tutti. Il Papa vuole richiamare i cristiani e il mondo intero ad una realtà fondamentale: essendo Dio amore, ogni uomo è amato personalmente. Ne consegue anche che nella misura in cui ognuno si sa amato e guardato con benevolenza diventa strumento di bene per gli altri. L’uomo non può scatenare il peggio di sé, non può continuare ad essere elemento di divisione e di violenza.

Questo lo fa quando non si sente amato. Quando cioè non si sente circondato dal calore dell’attenzione e dell’affetto, avverte indifferenza e sfiducia. Ma l’amore è contagioso. E noi ancora una volta avvertiamo il bacio d’amore del nostro Dio.

Ecco perché ci viene rivolto incessantemente l’invito a credere più decisamente a Dio che, in Gesù, si è rivelato nel suo vero volto. In Cristo morto e risorto Dio Padre ci dimostra come il suo cuore pende verso l’umanità. Lasciandoci avvolgere da questo suo amore, ogni uomo ritrova il gusto della vita e la risposta di senso alle motivazioni più profonde del proprio essere. Il modo di amare di Dio diventa il senso dell’amore umano. " È un compito per ogni singolo fedele, ma anche un compito per l’intera comunità ecclesiale".

Madre Teresa di Calcutta ci ha ricordato: "Ciò che conta non è quello che si dona, ma l’amore con cui si dona".

Alla sera del Giovedì santo nel cenacolo c’è un pane sulla tavola e c’è del vino. Non è un pane e non è un vino qualunque. È la stessa vita di Gesù che è stata veramente offerta, senza nulla trattenere per sé; è quel sangue versato dalla croce per un’alleanza nuova ed eterna. Ha il colore caldo dell’amore che si sacrifica fino in fondo. Ma c’è anche un catino ed una brocca, un grembiule ed un asciugatoio.

Bisogna che ci abbandoniamo al suo amore per farci lavare fragilità e debolezze.

Mi ha sempre colpito una scritta posta su una icone della Vergine Santissima nel Duomo di Spoleto. Si tratta del dialogo tra il Figlio e la Madre nella Santissima Icone di Spoleto:"Che chiedi, o Madre?". "La salvezza dei viventi"."Mi provocano a sdegno"."Compatiscili, Figlio mio". "Ma non si convertono!". "E tu salvali per grazia".

Ecco l’amore di Dio in Gesù morto e risorto!


1 Gv 17,22.

2 Gr 14, 19-21.

3 Gr 14, 20.

4 Lc 15,11-32.

5 Lc 15, 1-3.

6 Lc 6,36.

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ultimo aggiornamento 13 giugno, 2011