Tra le colline umbre, quando febbraio porta ancora il freddo dell’inverno ma già lascia intuire una primavera nascosta, Collevalenza diventa un luogo di passaggio. Non solo geografico: interiore. Chi arriva su queste colline difficilmente lo fa per turismo. Arriva con domande, ferite, attese magari confuse. Arriva con la propria storia addosso. Ed è curioso che proprio dove tutto parla di misericordia, tanti giovani continuino a mettersi in viaggio per raggiungere questo "roccolo".

 

Dal 6 all’8 febbraio, una quarantina di ragazzi provenienti da nord a sud dell’Italia hanno scelto di fermarsi qualche giorno al Santuario dell'Amore Misericordioso per vivere l’esperienza "Sui passi di Madre Speranza", in prossimità della festa liturgica della Beata Madre Speranza. Non una fuga dal mondo. Piuttosto, un modo diverso di starci dentro.

 

Si arriva sempre con lo zaino pieno (e anche la valigia)

Venerdì sera, all’arrivo, i volti raccontavano già molto.

C’è chi scende dal pullman stanco dopo ore di viaggio, chi guarda attorno curioso, chi ritrova amici dell’anno precedente, chi resta un passo indietro per capire dove si trova.

Ogni giovane porta uno zaino visibile e uno invisibile. Nel secondo ci sono relazioni complicate, scelte da fare, errori che bruciano ancora, desideri grandi che fanno un po’ paura. Eppure basta poco perché il clima cambi: una cena condivisa, una presentazione semplice, qualche risata. La fraternità, quella vera, non nasce da grandi discorsi ma da spazi dove si può essere se stessi senza dover dimostrare nulla. E così, questa esperienza prende il via dai blocchi di partenza.

 

Le giornate sono state scandite dalla Liturgia delle Ore. Per molti giovani non è un linguaggio abituale, eppure sorprende quanto i salmi sappiano dire l’umano: paura, fiducia, rabbia, speranza. Pregare così significa entrare in una preghiera più grande di sé. Significa scoprire che le proprie emozioni hanno già cittadinanza davanti a Dio.

E poi, dopo ogni catechesi, un tempo personale. Nessuno obbligato a fare qualcosa, nessuna animazione invadente. Solo silenzio e spazio. Ed è lì che accadono le cose più vere. Qualcuno si siede su una panchina. Qualcuno apre il Vangelo. Qualcuno cammina senza meta. Qualcuno resta davanti al Crocifisso dell’Amore Misericordioso.

Vedere giovani fermi davanti a quel volto crocifisso che non accusa ma ama, fa intuire che il Vangelo non è una teoria per altri tempi. È un incontro possibile, qui, adesso.

 

Madre Speranza tornava spesso davanti a quell’immagine per rileggere la sua vita. I giovani, senza saperlo, fanno lo stesso: cercano uno sguardo che li interpreti con benevolenza, cercano quello sguardo capace di scovare la felicità più vera dentro il loro cuore.

 

Le mani: un Vangelo silenzioso

Il tema di quest’anno — le mani di Madre Speranza — poteva sembrare simbolico. In realtà si è rivelato profondamente concreto. Le mani accolgono. Le mani servono. Le mani perdonano. Le mani raccontano ciò che il cuore vive.

Un laboratorio in particolare ha colpito tutti: i ragazzi sono diventati intervistatori di misericordia. Hanno avvicinato pellegrini sconosciuti chiedendo di raccontare la propria esperienza di perdono e confessione. All’inizio un po’ di timidezza; poi le storie hanno preso il sopravvento. Un uomo che non si confessava da anni e che ha ritrovato pace. Una donna che ha parlato di lacrime diventate leggerezza. Un anziano che ha ricordato il sacerdote che, anni prima, gli aveva restituito fiducia.

I giovani ascoltavano. E scoprivano che il perdono non è un concetto morale, ma una rinascita possibile, anche per loro che da lì a poco avrebbero fatto esperienza personalmente di quanto la misericordia di Dio possa toccare il cuore di ognuno.

 

L’acqua, le mani, l’intercessione

Il sabato pomeriggio è diventato uno di quei momenti che restano dentro. Si è partiti con l’immersione nelle vasche del Santuario, un vero e proprio segno. L’acqua parla di pulizia, di vita nuova, di ripartenza. Entrarci significa dire: "Signore, ho bisogno di ricominciare". Dopo, le confessioni. Qui il tema delle mani si è fatto carne: l’imposizione delle mani nella preghiera di assoluzione è un gesto antico (certo!), eppure quando lo ricevi sulla tua storia concreta diventa sorprendentemente attuale.

 

Non tutti raccontano ciò che vivono in confessionale. Ma certi volti, uscendo, parlano da soli. Più distesi. Più leggeri. Più veri. Come se qualcuno avesse ricordato loro che non sono i propri errori.

 

La sera del 7 febbraio, poi, la veglia vocazionale per Caterina — che l’indomani avrebbe professato i voti religiosi come Ancella dell’Amore Misericordioso — ha cambiato prospettiva. Pregare per la vocazione di un’altra persona obbliga a fare i conti con la propria. Non necessariamente alla vita consacrata, ma alla domanda fondamentale che Caterina stessa ha lasciato ai giovani nel corso della sua testimonianza: "per chi voglio vivere?". Nel silenzio della veglia, tra canti e Parola, si percepiva che Dio continua a chiamare. Non in modo rumoroso, piuttosto come una nostalgia di bene, una attrazione verso una vita spesa per amore.

E forse la vocazione nasce proprio lì: quando capisci che la felicità passa dal dono di sé.

 

Anche il gioco è spirituale

Poi ci sono stati biliardino, ping pong, balli di gruppo e chiacchiere serali sui pianerottoli. Momenti che qualcuno potrebbe considerare marginali. E invece no.

La fede cristiana non è fatta di tensione continua. È fatta di umanità piena. Gesù sedeva a tavola, camminava, rideva con gli amici. La gioia condivisa è già un segno del Regno. Madre Speranza stessa desiderava figli capaci di trasmettere la gioia di sentirsi amati da Dio. E quei corridoi pieni di risate, in fondo, erano già annuncio.

 

Un’opera che continua

Questa esperienza nasce dal cammino della Pastorale giovanile-vocazionale dell'Amore Misericordioso insieme ai gruppi dei Giovani dell'Amore Misericordioso. Non eventi per riempire un calendario, ma occasioni per aiutare i giovani a leggere la propria vita alla luce della misericordia. Chi accompagna se ne accorge: i ragazzi non cercano intrattenimento spirituale. Cercano autenticità. Cercano adulti credibili. Cercano un Dio che non sia una formula.

 

Ai giovani: se avete domande, portatele. Dio non si spaventa delle vostre inquietudini. Agli adulti: a volte basta un invito, fatto proprio da voi. Molti giovani arrivano così a Collevalenza, quasi per caso. E scoprono che un caso proprio non era. Le prossime iniziative sono porte socchiuse. Sta alla libertà di ciascuno attraversarle.

Mani che restano aperte

Forse il dono più grande di questi giorni è una scoperta semplice: Dio non ama in teoria. Ama concretamente. Attraverso mani che accolgono, che rialzano, che benedicono. Madre Speranza diceva che Dio è un Padre buono che insegue i suoi figli come se non potesse essere felice senza di loro. Se fosse vero — e tanti qui ne fanno esperienza — allora la vita cambia prospettiva. Non siamo noi a cercare Dio per primi. È Lui che passa, che chiama, che attende. E allora "Sui passi di Madre Speranza" diventa più di un evento. Diventa uno stile. Lo stile di chi prova ad avere mani aperte sul mondo. Perché ha scoperto di essere, per primo, nelle mani di Dio.

Articolo precedente

Articolo successivo

[Home page | Sommario Rivista]


realizzazione webmaster@collevalenza.it
ultimo aggiornamento 12 marzo, 2026