«Pertanto il mio popolo

conoscerà il mio nome,

comprenderà in quel

giorno che io dicevo:

Eccomi qua»

(Isaia 52.6)    

Ing. Calogero Benedetti

 Vessilli

Nella Historiae Alexandri Magni di Curzio Rufo (150 a.C.) si legge che «… l’ordine di marcia [delle truppe persiane] era il seguente: davanti venivano fuochi che [i Persiani] dicevano sacri ed eterni, posti su altari d’argento».

Ma anche tra le file macedoni vigeva peraltro il costume di seguire «il segno del fuoco».

«[Alessandro Magno] eresse [infatti] sulla tenda del Comando un’asta che poteva essere vista d’ogni parte, e dalla quale proveniva un segnale visibile a tutti: si scorgeva la notte un fuoco, e fumo di giorno».

Questo costume militare, di indicare agli eserciti, col fuoco ed il fumo, la direzione di marcia nelle steppe e nel deserto mesopotamico, era, all’epoca di Alessandro (350 a.C.), diffuso dunque e ben affermato, ma proveniva da origini assai più antiche, poiché oggi sappiamo che nella lingua sanscrita arcaica si incontra un termine che trasmetteva già questo concetto, di “avere il fumo come stendardo”.

Si trattava quindi di un “un modo militare” molto antico, specifico della cultura mediorientale, e dotato di valenza “erga omnes” [“visibile a tutti”].

Altre forme di stendardo, quali le insegne, le minerve corrusche, i vessilli di stoffa che garriscono al vento nel sole, l’epopea del portabandiera, ecc. sono cronologicamente ben più posteriori e frutto di altre culture.

Coerentemente v’è stato quindi chi (sin dal secolo scorso) ha suggerito che il racconto biblico della «colonna di fuoco [la notte ] e di nubi [il giorno]» che precedeva Israele nella sua lunga peregrinazione nel deserto [Esodo 13-21/14-22] mostra, con evidenza, i medesimi significati ed origine , di vessillo di Jhawè nel guidare il “suo” popolo durante la terribile peregrinazione dall’Egitto fino alla Terra Promessa, attraversando una regione arida, senz’acqua e spaventosa, «terra di scorpioni e di serpenti velenosi».

Esodo [13-21/14-22] mantiene infatti immutata nella colonna di fuoco di Jhawè la connotazione di indicare erga omnes (cioè per l’intero popolo di Israele) la direzione di marcia, e lo fa con i segni del fuoco la notte e del fumo (nubi) di giorno, visibili a tutti, così come si ritrovava nell’antichissima tradizione militare, la cui arcaicità è garanzia che essa era ben a conoscenza degli Israeliti all’epoca dell’Esodo.

Si possono a questo punto formulare due “interpretazioni”:

a)      Interpretazione laica  

 

b)      Interpretazione fideistica tradizionale

La narrazione di Esodo [13-21/14-22] è (dunque) la versione “affabulata” di un costume militare, tipico dell’epoca in cui si è formato il racconto biblico.

Non si tratta quindi di una “reale teofania”, ma di un adattamento letterario di una “costumanza”, specifica e ben affermata nella cultura mediorientale dell’epo­ca, e che ha dato origine al racconto.

La narrazione di Esodo [13-21/14-22] è la fedele trascrizione di una teofania reale, percepita da tutto il popolo di Israele e persino dagli Egiziani inseguitori, quando, ingannati dalla colonna di fuoco spostatasi alla retroguardia israeliana, furono indotti, nella notte, a divergere il loro cammino  [Esodo 13-21/14-22] da quello degli Israeliti.

Se non avessimo altri riferimenti sarebbe difficile, forse impossibile, decidere fra le due interpretazioni.

Vi è però da osservare che il Vecchio Testamento annota ripetutamente il ricorso, da parte di Jhawè, «ai segni del tempo» per consentire ai propri interlocutori il riconoscimento del contenuto di verità del proprio messaggio, e, comprendendolo, di accettarlo.

Le teofanie veterotestamentarie non sono cioè mai un “portento”, un fatto incomprensibile, o magico, né un evento puramente “trascendente”, ma sono una comunicazione resa per segni comprensibili e conformati alla “cultura” dell’epoca, a che l’interlocutore di Jhawè potesse quindi accettarli.

A titolo di esempio e menzione ricorderò (come ho fatto altre volte) la “conferma” data da Jhawè ad Abramo, della propria fedeltà alla Promessa (Alleanza), ricorrendo al “rito arcaico di divisione”, di “tagliare” il patto, passando tra animali divisi, come in effetti Egli passa nella notte, con le figure della fiaccola e del forno fumante premonitrici di Cristo, e che Abramo è in effetti in grado di riconoscere perché corrispondenti al sigillo della giuridicità secondo l’arcaico costume tribale della civiltà indoeuropea.

La teofania della Colonna di fuoco e di nubi di Esodo [13-21/14-22] ha esattamente lo stesso carattere: il ricorso (di Jhawè) a segni tipici dell’antica cultura mediorientale, validi a quel tempo, per consentire a tutto Israele di riconoscerLo ed accettarLo come sua vera guida e condottiero.

È questo il carattere di Esodo [13-21/14-22] e che costituisce l’elemento decisivo per ritenerlo il resoconto “fedele” di un evento storico effettivo.

Non dunque una teofania “affabulata” e neppure una teofania “portentosa” (cioè: obbligante) ma un segno della propria riconoscibilità offerto da Jhawè a chiunque, (a tutto il popolo), e formulato con i mezzi della comunicazione che all’epoca chiunque poteva comprendere, perché innestati sulla cultura di tutti, affinché ognuno potesse, comprendendo, liberamente e responsabilmente accoglierLo e seguirLo nel cammino della salvezza.

 

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ultimo aggionamento 05 maggio, 2005