GIONA E ... GESÙ
Quarta parte:
S
iamo arrivati alla quarta tappa della storia di Giona, l’ultimo capitolo dell’omonimo Libro. Dopo la gloriosa missione, ora l’Autore torna a parlare di Giona e, nello specifico, fa’ riemerge il suo carattere ribelle: Giona è sia dispiaciuto che arrabbiato. È colpito da un’intensa forma di invidia e di scontentezza, eppure prega. Che si tratti di una preghiera e non di un lamento è l’Autore sacro a specificarlo infatti il Testo Ebraico inizia usando il verbo fālal, ‘pregare’, e così quello Greco legge il verbo proséuchomai che appunto vuol dire ‘pregare’. Giona prega il Signore e veniamo a conoscere che tra Giona e il Signore c’è già stato uno ‘scontro’ quando Giona era ancora in Terra d'Israele prima di fuggire verso Tarsis. È sottinteso pertanto che il Signore non ha assecondato Giona e allora Giona è scappato dalla parte opposta rispetto a dove sarebbe dovuto andare. È scappato perché conosce l’indole del Signore che è Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà (Es 34,6) e si ravvede riguardo al male minacciato. E c’è un di più. La misericordia divina non viene elargita solo al popolo d’Israele, ma viene estesa a tutti i popoli della terra. Ecco perché Giona temeva i Niniviti: ascoltando l'invito alla conversione, si sono pentiti e Dio non li ha più puniti! A Giona la conversione dei Niniviti e il ripensamento di Dio non vanno proprio bene. Di fronte a qualcosa che ci appare ostile, l'unica soluzione è la fuga, ecco perché Giona è scappato. Ma va sempre tenuto in considerazione il fatto che la ribellione di Giona può anche avere a che fare con una sorta di gelosia. Gli israeliti non sono facili all’accoglienza dell’invito alla conversione, mentre i Niniviti sì. Giona potrebbe risentire di questo, soffrirne a tal punto da aver agito per questo contro il piano divino. Ma il Signore che è misericordioso ha concesso l’opportunità ai Niniviti di essere salvati.E Giona arriva addirittura a sprofondare nello scoraggiamento tanto da richiedere al Signore di farlo morire. È un motivo che torna anche in altri Testi biblici. Qualche esempio. Elia impaurito e amareggiato per la persecuzione annunciatagli da Gezabele se ne va nel deserto e si rivolge al Signore chiedendogli di riprendersi la sua vita (1Re 19,4b). Tobi, abbattuto dalla malattia e dalle umiliazioni chiede al Signore di farlo morire (Tb 3,6bc). Giobbe, devastato dal male fisico e affettivo, preferisce morire piuttosto che vivere (Gb 7,15).
Se i motivi che spingono Elia, Tobi, Giobbe e Giona sono assolutamente diversi, identica è invece la richiesta rivolta al Signore di farli morire. Non possono togliersi la vita perché ciò non si fa in Israele, pertanto chiedono al Signore che sia Lui a farli scomparire dalla faccia della terra. Secondo il Testo Ebraico, Giona chiede -letteralmente- che il Signore tolga da lui il respiro, nefesh, e nel Testo Greco notiamo un’intensificazione in quanto Giona fa la richiesta al ‘sovrano Signore’, déspota kyrie, espressione che è un hapax nei Profeti minori. E alla richiesta di farlo morire il Signore replica con una domanda provocatoria: Ti sembra giusto essere sdegnato così? Non è frequente che il Signore entri in discussione con un profeta, ma col profeta Giona, sì. Giona fino alla fine è ostinato, il Signore fino alla fine è interessato alla salvezza di tutti. È Dio che interpella non soltanto ‘il Giona’ predicatore in Ninive, ma ‘i Giona’ di tutti i tempi, quanti cioè non condividono il piano divino, anzi, non solo non lo condividono, ma anche soffrono tanto al pensiero che Dio sbagli ad agire misericordiosamente. E il Signore interpella Giona e Giona non solo non risponde, ma addirittura se ne va fuori della città a sistemarsi in una capanna e ciò va interpretato come la speranza che nutre Giona di vedere distrutta Ninive qualora il Signore cambi di nuovo idea. Ninive, attuale Mosul, è ubicata nei pressi del fiume Tigri; immaginiamo pertanto che l’Autore si rifaccia agli usi del luogo come quello di costruire delle tende per ripararsi dall’umidità notturna del fiume e dal sole cocente di giorno. Tutto ciò è anche caratterizzato da un certo spirito di ironia che anima l’Autore nel presentare Giona che si ripara dagli agenti atmosferici e si mette comodo come per assistere ad uno spettacolo. Lo spettacolo non ci sarà e piuttosto il Signore Dio insiste intervenendo di nuovo per sollecitare Giona a ragionare sulla sua ostinata condotta. L'espediente è dato da una pianta di ricino, che in tutta la Bibbia solo in questo Libro di Giona è nominata, e si tratta di un elemento naturale finalizzato a curare e a dare sollievo al profeta.
La tradizione rabbinica parla per l’appunto di ‘kikayon Yonà’ cioè il ‘ricino di Giona’ che potrebbe corrispondere al ‘ricinus communis’ una pianta dalle foglie larghe che cresce nel Vicino Oriente. Tuttavia, il dato importante è che il Signore ha suscitato tale pianta che per Giona è motivo di grande gioia in quanto ne trae fresco, benessere e quindi felicità, ma non c'è cenno al suo ripensamento. Allora, ecco l’iniziativa di Dio che fa seccare la pianta e ciò potrebbe sembrare un ricatto, ma in realtà è strategica. Giona ha provato una grande gioia per una pianta di ricino, ciò dovrebbe farlo ragionare e aiutarlo a percepire almeno un po’ l’infinita gioia di Dio per la conversione dei Niniviti. È quindi affascinante assistere alla modalità per cui Dio fa di tutto per attirare gli esseri umani nella rete della misericordia. I Niniviti hanno accolto le sue sollecitazioni, ma Giona sembra non farcela. O, per essere precisi, Giona è un uomo che crede in Dio - alla fine ci accorgiamo che esegue quello che Dio gli ordina -, ma non si mette in discussione, il suo Dio non gli piace in tutto, di Lui non accetta il fatto che si occupi anche dei non israeliti, nel caso specifico dei Niniviti. Peggio che mai! I Niniviti sono nemici degli israeliti perché nel 721 a. C. l'esercito assiro ha distrutto Samaria e ha deportato gli israeliti del Nord nei territori assiri. Giona ha tutte le ragioni umane, ma il Dio d’Israele è in realtà il Dio di tutti i popoli e il messaggio di questo Libro riguarda la salvezza che, a partire da Israele, deve raggiungere tutti i popoli.
La vicenda non si conclude ancora! Oltre ad aver inviato il verme a rodere e quindi a far seccare la pianta di ricino, in seguito Dio fa anche soffiare un vento orientale cocente per cui la testa di Giona che precedentemente era stata refrigerata dall’ombra viene invece fortemente colpita. Di nuovo Giona chiede di morire. Assistiamo quindi all’evento drammatico di un profeta ribelle, sofferente e quasi morente, una scena originale, anzi unica nella Bibbia. Giona è sconfortato perché non ha più ombra sul suo capo e perché non dà segni di essersi ravveduto sulla sorte di Ninive, anzi la tristezza quasi mortale per la pianta di ricino è allusiva all’amarezza dovuta alla scampata punizione di Ninive. E non pensiamo abbastanza alla eccezionalità del messaggio di questo passaggio del capitolo! Si tratta che le ultime parole del profeta manifestano contrarietà all’agire divino e augurano al soggetto stesso che le pronuncia la morte. Non esiste altro caso del genere che un profeta sia inconsolabile e pervaso da sentimenti così forti! Ci sono profeti che esprimono perplessità, che rasentano anche la contestazione (Abacuc), ma che un profeta voglia morire perché non concorda col suo Dio, no! Nel volume Profeti di Alonso Schoekel e Sicre Diaz è riportata una frase di un’omelia prodotta in ambiente giudaico ellenistico che a proposito dice: "Se ti addolora la loro religiosità sei ingiusto; se sei geloso della loro liberazione, sei disumano; se ti preoccupi che giudichino falsa la tua predicazione, questa accusa tocca me, non te" (1173). Se almeno l'ultima potrebbe essere scusabile, le prime due no perché contrastano col pensiero di Dio. Ma poniamoci una domanda: Giona è contrariato e amareggiato ed è nell’errore, tuttavia se anche dovesse capitare a qualsiasi essere della terra, oggi, di annunciare la misericordia divina a chi gli ha fatto del male, riuscirebbe a non somigliare a Giona? Forse, e diciamo ‘forse’, se è davvero credente in qualsiasi Dio, a maggior ragione nel Dio che ha dato suo Figlio per amore di tutti gli uomini, dovrebbe essere aiutato a non somigliare a Giona. Ma non disprezziamo Giona perché comunque la missione divina l’ha portata avanti! Ci domandiamo ancora: Giona è un ‘giusto’? Si salva? Prima di rispondere teniamo conto del fatto che Giona ha un carattere scontroso e vigliacco, è interessato al suo quieto vivere, non è mai definito profeta, eppure di fatto ha più successo dei profeti definiti tali. Allora, Giona può rientrare tra gli uomini di Dio perché Dio servendosi delle sue contraddittorie inclinazioni insegna la logica del rifiuto del particolarismo e della xenofobia.
Poi l’incredibile conclusione del Libro: una domanda. Il breve Libro del profeta Giona, composto di soli 4 capitoli di 48 versetti totali, termina con un interrogativo: "E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?". Giona ha annunciato la conversione ai Niniviti: se ci pensiamo bene, non è tanto diverso da quei grandi profeti che hanno rivolto gli annunci divini ai pagani.
Il profeta Isaia profetizza a varie popolazioni (capp. 13-23), Geremia è preposto per essere profeta per le nazioni, Ezechiele e Amos predicano rivolti ai popoli confinanti con Israele, Abdia profetizza su Edom e Naum su Ninive (stessa città di Giona). Se c’è una differenza tra Giona e questi Profeti non è tanto sui destinatari, quanto piuttosto sul successo di Giona la cui predicazione ha favorito la conversione dell’intera popolazione di una grande città. Insomma, il messaggio più importante che l’esperienza di Giona trasmette è che il pentimento sincero ottiene i favori dal Signore.
Il Libro di Giona, "una piccola grande perla che brilla nella corona d’oro degli scritti sacri" (Josef Klausner nel volume Profeti), fa apprezzare degli interessanti passaggi ‘opposti’: dalla tempesta alla quiete; dalle acque del mare all'asciutto e afoso clima; dalla fuga alla staticità; dal politeismo al monoteismo; dall’abisso alla luce. Solo l'umore di Giona rimane piatto. L'unico spiraglio di positività ci è dato dal fatto che Giona a conclusione del Libro non replica e infatti il Libro conclude con le parole del Signore. Che Giona si sia convinto? Oppure non risponde perché tanto non può fare nulla contro il piano d’amore del Signore? Giona si lascia guarire o vuole continuare a star male? L'unico appiglio ci viene dato solo se riteniamo che il silenzio di Giona sia un assenso alla preoccupazione divina (non dovrei avere pietà di Ninive…?), ma diversamente dobbiamo riconoscere che la ‘lettura’ non ci dà modo di ritenere che Giona si sia convertito. Giona nel ventre del grosso pesce è l'uomo - qualsiasi uomo - che nello stato di disperazione si appella a Dio non avendo altro (e fa bene a farlo!), ma da qui a dire che Giona si ravvede … no! Giona solo si convince di obbedire al Signore e infatti poi è andato a Ninive. Lo splendido dell'esperienza di Giona è che la preghiera ottiene e che l'obbedienza al Signore salva i Niniviti. Ma anche la ribellione salva! Il Giona ribelle salva i marinai, il Giona obbediente salva i Niniviti.
Chi è legato al Signore in un modo o nell’altro costituisce un tramite per assecondare i piani divini. In questo caso la ribellione è usata dal Signore per un fine di bene. L'uomo arrabbiato con Dio e con la vita si illude pensando di non aver più a che fare con Dio fuggendo esistenzialmente da Lui.
Chi pone un rifiuto netto, chi non accetta il corso degli eventi chiudendo all'esperienza religiosa crede di prendersi una rivincita, ma non sa che Dio ‘utilizza’ anche quel suo rifiuto per finalità salvifiche. Non che Giona inviti a rifiutare il Signore perché poi in realtà lui stesso asseconda il Signore obbedendo e andando a Ninive. Ma all'atto di rifiutare Dio da parte dell'uomo non corrisponde l'atto di rifiuto dell'uomo da parte di Dio. L'inconveniente compete solo all'uomo perché il rifiuto del sommo Bene non può farlo star … bene e lo vediamo in Giona: scontroso, lamentoso e scontento fino alla fine. C’è un aspetto che tuttavia sorprende. Gesù cita Giona, o meglio, nomina il segno di Giona e Giona, il profeta. Nei Vangeli sette volte compare il suo nome, quattro nel Vangelo di Matteo e tre in quello di Luca. Il segno di Giona è allusione alla permanenza di Gesù per tre giorni nel sepolcro dopodiché risorgerà dalla morte. Giona è il profeta che più ci meraviglia perché la sua esperienza umana ha da dire qualcosa alla nostra, ma soprattutto perché Gesù lo nomina per parlare di sé, come di colui che è molto più grande di Giona. Insomma, per alludere alla sua morte, sepoltura e risurrezione, Gesù menziona Giona e non altri profeti!
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ultimo aggiornamento
11 maggio, 2026