ABACUC

Prima parte

 

Ci intratteniamo in un percorso scandito da tre tappe su un altro dei Profeti biblici cosiddetti ‘minori’, non minori nel senso di importanza inferiore, ma perché di breve narrazione. Si tratta di Abacuc, un Libro profetico costituito da soli tre capitoli per un totale di 56 versetti. Contiene per lo più oracoli invitanti alla fedeltà al Signore anche quando il popolo è perseguitato. L’approccio a questo Libro permette di notare una certa progressione del pensiero: nel primo capitolo il Profeta manifesta al Signore la sua perplessità nel vedere gli empi prosperare (I tappa); nel secondo capitolo il Signore risponde invitando a perseverare nella giustizia (II tappa); nel terzo capitolo si apprezza la preghiera / professione di fede di Abacuc con la quale esalta il Signore che dona la sua vittoria (III tappa): Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle mie alture mi fa camminare (3,19).

Il libro del profeta Abacuc si caratterizza per il tono provocatorio tendente a porre in risalto la differenza tra i peccatori e i giusti, il tutto interpretato alla luce della giustizia divina. Ma il profeta non tace un tono polemico anche nei riguardi del Signore. È il profeta che infatti osa lamentarsi con il Signore per il Suo agire tra i popoli.

Il Signore castiga gli Israeliti, che, sì, sono in errore perché hanno peccato, ma il Profeta non condivide il fatto che il Signore si serva di un popolo ancor più peccatore di loro per castigarli. Nei suoi tre capitoli l’Autore mette in bocca al profeta due lamenti a cui corrispondono due oracoli divini e a cui seguono le imprecazioni verso i nemici. Ma a tutto ciò segue e conclude un Salmo che celebra la teofania del Signore ed il Suo trionfo. Nel Libro si parla di oppressori che probabilmente sono i Caldei di cui appunto il Signore si serve per punire il suo popolo e che a loro volta subiranno il castigo. In questo quadro si inserisce il Profeta che esprime indignazione per i nemici e poi attende dal Signore l’intervento vittorioso. Abacuc è colui che è scandalizzato di fronte al male; è colui che si interroga sul perché il Signore permetta agli empi di trionfare. Poi la risposta: in modo paradossale il Signore prepara la vittoria finale e il giusto vivrà per la sua fede (2,4).

Abacuc è quindi un profeta del tutto particolare. Già nel primo capitolo del quale ci occupiamo in questa prima tappa, si evince che non fa richieste al popolo, nemmeno lo rimprovera, non lo accusa, ma piuttosto parla di lui a Dio. È con Dio che si rapporta. Grida, si lamenta, si arrabbia con Dio. Teniamo conto che è un Profeta d’Israele e certi atteggiamenti non sono molto consentiti. Possiamo metterlo in parallelo con il Libro di Giobbe e col capitolo 20 del Profeta Geremia. Lì infatti i ‘protagonisti’ imprecano, si ribellano a Dio per la loro nefasta sorte.

Abacuc si indispettisce con Dio, assume un tono scontroso, si atteggia da contestatore (anche con la mimica), ma anche prega, si rasserena, confida in Dio. Il grido che alza verso il Signore è il suo, ma è soprattutto quello del popolo che rappresenta. Abacuc è il Pastore, il ‘capofamiglia’, il politico, il governatore, il ‘Padre spirituale’, è qualsiasi essere umano che si occupa della cura di altre persone. È colui che implora giustizia per quanti lo riguardano e soffrono ingiustamente. C’è una giustizia da ristabilire. Si accorge anche che all’interno di quanti lo riguardano ci sono divisioni, serpeggiano errori, l’egoismo impera.

Abacuc è coinvolto da tutti questi mali che sopraggiungono esternamente ed internamente al popolo, ma soprattutto il suo dramma è relativo al fatto che in tutto ciò il Signore tace, non interviene nemmeno alle parole forti che il Profeta Gli rivolge (1,2): Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Non solo. I malvagi continuano a fare del male. Il Signore sembra non sentire e non vedere, anzi pare quasi voglia assecondare l’agire degli empi. Perché? Sì, il popolo è ridotto in questo stato perché si è allontanato dalla Legge del Signore, ma la nazione attraverso la quale subisce la punizione è più peccatrice di lui. Qui ne va di mezzo la fede perché se il Signore non mostra il Suo intervento salvifico allora vuol dire che non c’è, non esiste, o addirittura che non nutre interesse per il Suo popolo. Si tratta di una vera e propria ‘prova di fede’. Tuttavia il Profeta non dubita dell’esistenza di Dio, ma lo ritiene ‘nascosto’, oppure impassibile di fronte alle sofferenze degli uomini. Ecco allora che gli domanda (1,3ab): Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Qui, nella circostanza della prova, si evince la differenza tra l’uomo di fede e il dubbioso.

 

Dio c’è, ma non aiuta, non si interessa alla causa dei sofferenti, lascia nella desolazione. A questo punto si dà risalto agli elementi negativi: i ‘soggetti’ che sono motivo di sofferenza, i Caldei (ma possono essere malattie, persecuzioni, torti subiti, relazioni tormentate, …), e sono descritti come feroci, spaventosi, veloci, aggressivi, violenti, schernitori, …. (1,6-10ab): Ecco, io faccio sorgere i Caldei, popolo feroce e impetuoso, … È feroce e terribile, … Più veloci dei leopardi sono i suoi cavalli, … Balzano i suoi cavalieri, sono venuti da lontano, … avanzano per conquistare. E con violenza ammassano i prigionieri come la sabbia. Si fa beffe dei re, e dei capi se ne ride.

Allora Abacuc insiste provando ulteriormente ad interpellare il Signore con il suo tono risentito. Ma non si tratta del seguito del precedente, perché accentua l’ardore con cui si rivolge al Signore. Così colui che non ottiene ‘risposta’ prova ad insistere gridando al Signore, magari facendo presa sulla sua fede da sempre ‘da principio’ (1,12): Non sei tu fin da principio, Signore, il mio Dio, il mio Santo?

C’è in questa domanda sia il riconoscimento del Signore in quanto Dio e Santo, cioè Qualcuno che trascende l’esperienza umana, sia il punto di riferimento ‘da sempre’ dell’interlocutore. C’è quindi un legame tra il Profeta / il popolo e il Signore. Questo legame sussiste da sempre. Ma allora … (1,13d): Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’oppressione, perché, vedendo i perfidi, taci? Una caratteristica di Abacuc è certamente il coraggio! Anche Abramo ha insistito col Signore perché non distruggesse Sodoma e Gomorra, ma qui si tratta di rasentare la blasfemia. Abacuc ancora osa col Signore dicendogli che non sta agendo bene. Definisce il suo Dio servendosi di un antropomorfismo unico nella Bibbia: il Signore ha gli occhi così puri che non possono vedere né il male né l’oppressione. E allora ecco avere seguito la provocazione fondata sulla contraddizione: se ha gli occhi così puri, come è possibile allora che il Signore stia a guardare il male che il suo popolo subisce e non interviene? Il ‘silenzio di Dio’ preoccupa e, anzi, angoscia il Profeta. E ribadiamo che la preoccupazione non è solo del Profeta per sé, ma soprattutto per quanti lo riguardano.

A questa espressione fortemente provocatoria, seguono tre versetti nei quali il Signore è presentato come un pescatore perché tratta gli uomini come fossero pesci da prendere. È un’immagine questa che allude all’azione punitiva. Nel Libro del profeta Geremia si legge: Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli - oracolo del Signore - (16,16a). Come anche nel Libro del profeta Ezechiele, relativamente a re Sedecia leggiamo: Stenderò su di lui la mia rete e rimarrà preso nel mio laccio: lo condurrò nella terra dei Caldei, a Babilonia, ma non la vedrà e là morirà (12,13). Il pescatore di cui si serve in questo caso il Signore per trattare gli Israeliti come pesci da prendere è il popolo caldeo. I pesci e gli animali striscianti da prendere sono presentati come senza pastore e ciò può alludere alle guide incapaci di governare il popolo per cui esso è allo sbando. Insomma, Abacuc non risparmia nulla e narra con senso critico e rabbioso la realtà.

A pensare invece che il significato del suo nome farebbe ritenere si tratti di una persona dolce. In ebraico le prime tre lettere del suo nome Chet, Bet e Qof (Ḥaḇaqqûq) coincidono con la radice che significa ‘abbracciare’. C’è anche chi fa derivare il suo nome dall’assiro e allora il significato coinciderebbe con il nome di una pianta, forse la cassia, e il messaggio sarebbe comunque piacevole. Insomma, si tratti della bella pianta o dell’atto dell’abbracciare, Abacuc porta inscritto in sé un messaggio positivo. Eppure qui è costretto ad un atteggiamento contestatorio e ad usare un tono provocatorio e pungente nei riguardi del Signore.

Poi la conclusione del primo capitolo: Continuerà dunque a sguainare la spada e a massacrare le nazioni senza pietà? La domanda, Abacuc la fa al Signore, in quanto, rivolgendosi apparentemente ai Caldei, in realtà il profeta si rivolge al Signore perché è lui a permettere ai Caldei di perseguitare gli Israeliti. Tra l’altro il versetto propone la scena di una spietatezza inaudita. Parla della spada sguainata con cui vengono massacrate le nazioni senza pietà. La spada associata ai Caldei per una finalità devastatrice è infatti anche il profeta Geremia a farne menzione in relazione ai fatti che hanno riguardato Gerusalemme nel 587. Queste le parole: la città sarà data in mano ai Caldei che l’assediano con la spada, la fame e la peste (Ger 32,24). Questi tre elementi la spada, la fame e la peste evidenziano la ferocia dei Caldei perché l’uso della violenza causa la povertà, la povertà causa la mancanza dei beni primari che causa a sua volta le malattie.

Insomma, il primo capitolo inizia con le parole di contestazione pronunciate da Abacuc il quale non condivide l’agire del Signore e impreca contro la spietatezza del popolo caldeo, ora la conclusione conferma il carattere crudele di questo popolo le cui mosse sono tuttavia sotto il controllo del Signore, ma l’intervento del Signore ancora si fa attendere e lascia l’animo sospeso … Il Signore risponderà? Attendiamo la seconda tappa.

 

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ultimo aggiornamento 13 giugno, 2026