| GIORNATA DI SANTIFICAZIONE SACERDOTALE Omelia di Mons. Renato Boccardo Arcivescovo di Spoleto-Norcia Collevalenza 10 giugno 2026 |
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itrovarci come presbiteri delle Chiese dell’Umbria davanti al Cuore di Cristo significa riconoscere che il rinnovamento del nostro servizio non comincia anzitutto da strategie pastorali, da una migliore organizzazione o da una diversa distribuzione delle responsabilità. Tutto questo resta necessario con comunità che cambiano, territori che chiedono presenza, persone che attendono una parola di ascolto, orientamento e consolazione. Oggi però veniamo ricondotti direttamente al Cuore del Signore, là dove il sacerdozio di Cristo si manifesta come amore ricevuto dal Padre, consegnato agli uomini e offerto fino alla fine.
Le letture proclamate ci ricordano che Dio sceglie il suo popolo non per grandezza, forza o merito, ma semplicemente perché lo ama. Nella logica divina, la scelta non suppone una perfezione già compiuta, ma la genera, l’accompagna, la purifica. Proveniamo dal suo amore, un amore che ha visto i nostri limiti senza ritirarsi, che ci ha conosciuti prima delle nostre risposte, che ci ha chiamati prima ancora che potessimo dimostrargli qualcosa. La santità del presbitero nasce da qui, dalla grazia che lo ha raggiunto e consacrato facendone un Alter Christus. A questo dono prezioso deve corrispondere la nostra collaborazione, seria, quotidiana, esigente, che si manifesta in una vita consegnata, un cuore libero, una paternità spirituale che nasce dall’essere abitati dal mistero che celebriamo. «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo… Credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni», ci ha detto il vescovo conferendoci gli ordini sacri.
San Giovanni afferma che l’amore di Dio si è manifestato nel Figlio. Il sacerdote esiste dentro questa manifestazione. La teologia ci ricorda che il suo agire avviene in persona Christi, cioè che Cristo continua a rendersi presente attraverso la povera umanità del suo ministro. Scrivendo al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid, Papa Leone XIV ha ricordato che la Chiesa non ha bisogno di uomini definiti «dal moltiplicarsi dei compiti o dalla pressione dei risultati», bensì di «uomini configurati a Cristo», capaci di sostenere il ministero «a partire da una relazione viva con Lui», lasciando che sia Cristo «a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma alla missione». Ogni volta che un sacerdote assolve, Cristo ama. Ogni volta che consacra, Cristo si dona. Ogni volta che annuncia la Parola con fede, Cristo parla alla Chiesa. Ogni volta che porta il peso di una comunità senza cercare sé stesso, Cristo continua a pascere il suo gregge.
Questa dipendenza da Cristo non ci schiaccia sotto il peso di un ideale irraggiungibile. Ci richiama alla santità come alla verità più profonda della nostra identità. Non basta impegnarsi ad essere più generosi, più coerenti più pazienti dobbiamo lasciarci raggiungere sempre di nuovo dall’amore con cui siamo stati scelti; dobbiamo permettere alla grazia dell’Ordine di entrare nelle zone rimaste non convertite, nelle ferite, nelle stanchezze, nelle rigidità, nei silenzi amari, in quelle forme sottili di possesso, che talvolta si nascondono anche dentro il servizio.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci offre una parola luminosa: «imparate da me che sono mite e umile di cuore». La mitezza non è debolezza: è la forza custodita nell’amore; l’umiltà non è svalutazione di sé: è la verità davanti al Padre. Il Cuore di Cristo è mite, perché non è possiede, non opprime, non usa il potere per affermarsi: è umile perché tutto riceve dal Padre e tutto restituisce al Padre nel dono di sé.
La meditazione di questa mattina ci ha posto davanti ad una parola forte. La morte preziosa agli occhi del Signore non è soltanto il momento ultimo della vita terrena; è quella morte pasquale che accompagna ogni esistenza consegnata. Per il sacerdote, morite a sé stesso non significa spegnersi, annullarsi, diventare una figura grigia e rassegnata; è lasciare che Cristo viva in lui con maggiore libertà. Muore a sé stesso, il sacerdote che non cerca nel ministero la propria conferma, che accetta di servire senza vedere subito i frutti, che porta una ferita senza trasformarla in risentimento, che obbedisce senza sentirsi umiliato, che guida senza dominare, che ascolta senza fare sconti alla verità.
Il Cuore trafitto di Gesù ci insegna che la fecondità sacerdotale passa sempre attraverso l’offerta. Ogni sacerdote, indipendentemente dall’ufficio ricoperto, conosce la solitudine, l’incomprensione, la fatica di decisioni non sempre comprese, il peso delle fragilità proprie e altrui, il logorio delle attese. Egli non genera vita ecclesiale perché è brillante, efficace, apprezzato o applaudito; la genera quando rimane unito al sacrificio di Cristo, quando il suo cuore, ferito dalla carità pastorale, diventa spazio attraverso cui il popolo che gli è affidato può incontrare la misericordia del Signore. A Collevalenza, luogo segnato dalla memoria dell’Amore Misericordioso, affidiamo al Cuore di Cristo il nostro cammino. E facendo nostra una invocazione cara a Madre Speranza che diceva: «fa Gesù mio che il mio cuore sia simile al tuo», preghiamo:
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ultimo aggiornamento
08 luglio, 2026