ABACUC
C’è un termine alla prova
Seconda parte
C
i soffermiamo sulla seconda tappa del percorso verso la conoscenza della missione profetica di Abacuc, ovvero sul capitolo 2 che è quello che rende più noto il Libro omonimo, specie per la risonanza che ha nel Nuovo Testamento. Si compone di tre parti ben distinte: 1) la provocazione di Abacuc (v. 1), 2) la risposta del Signore (vv. 2-4) e 3) i guai (vv. 5-20).
L’inizio di questo secondo capitolo è caratterizzato ancora dal tono arrogante del profeta abbinato ad una mimica che rende anche pittoresca la scena. Il profeta dice infatti di fare come la sentinella per cui si erge sulla fortezza per spiare e vedere cosa gli dirà il Signore, come risponderà ai suoi lamenti. C’è quindi un duplice riferimento agli organi della vista e possiamo interpretarlo metaforicamente nel senso che il Profeta sta vigilando attentamente e cercando di intuire il pensiero del Signore, cioè cosa gli risponderà; si sta facendo delle idee e, quasi con atteggiamento di sfida, attende impaziente con piglio inquisitorio la risposta del Signore (Mi metterò di sentinella, in piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti).
Effettivamente la risposta arriva, anzi, viene introdotta dal Signore stesso mediante l’esortazione rivolta al Profeta a compiere due azioni: scrivere e incidere su tavolette la visione. La scrittura deve essere incisa bene su tavolette cioè su un materiale comune, trasferibile, ma anche solido. Questo perché la scrittura della profezia non deve presentare inesattezze. Quindi, il Signore prima di pronunciare le sue parole richiama l’attenzione del Profeta, ne ricerca la precisione nell’eseguire i comandi il tutto finalizzato a che il popolo comprenda bene le parole del Signore. Abacuc è quindi un uomo colto, in grado di poter eseguire tale richiesta del Signore e il fine è l’accoglienza delle parole del Signore che più sono esposte con chiarezza più è possibile aderirvi. Giunge così la prima parte della risposta del Signore ed è bellissimo perché relativamente alle ripetute provocazioni del Profeta il Signore risponde dicendo che c’è un termine, una scadenza. Il contesto è quello per cui il Profeta più volte ha rimproverato il Signore perché sta a guardare e non interviene a liberare il suo popolo vittima delle persecuzioni dei Caldei.
Il Signore garantisce pertanto che è in previsione la fine di tali sofferenze. I due sostantivi simili, ‘termine’ e ‘scadenza’, fungono da ripetizione come avviene nella lingua ebraico biblica per cui il superlativo assoluto si costruisce attraverso la ripetizione di un verbo o di un aggettivo. Quindi la conclusione di tali sofferenze è annunciata, è certa, è veritiera. E c’è un’ulteriore garanzia che proviene da un’altra ripetizione che è quella che il Signore promette: la conclusione verrà, non tarderà. Positivo e negativo che preludono allo stesso evento: verrà, non tarderà. Perché si associa il verbo venire, bo’ in ebraico, érchomai in greco, al ‘termine’, alla ‘scadenza’? Tenendo conto che si sta parlando degli atti di prepotenza dei Caldei è chiaro che ci troviamo al tempo della distruzione del Tempio di Gerusalemme e alla deportazione degli israeliti a Babilonia. Allora questo termine che deve venire può alludere all’arrivo di Ciro re di Persia che favorirà la conclusione delle sofferenze degli Israeliti, restituirà loro la libertà e concederà l’opportunità di tornare nella loro Terra e di ricostruire il Tempio in Gerusalemme.
La risposta continua poi trasmettendo due messaggi: il primo riguarda colui che non ha l’animo retto o, meglio, che non ha la vita retta (il TE parla di nefesh, quello greco di psiché). La non rettitudine è propria di chi non segue la Legge del Signore. Ebbene, costui soccomberà. Il secondo considera invece il giusto che, biblicamente parlando, è colui che osserva la Legge del Signore. Costui grazie alla sua fede vivrà. Il primo soccombe, il secondo, grazie alla fede, vivrà. In definitiva, colui che soccombe è il Caldeo, l’altro che invece per la fede vivrà è l’israelita. A questo punto nasce la domanda: cosa è da intendersi con fede? Un’ipotesi può essere quella che con fede s’intenda il legame con la divinità, oppure che con fede vada intesa la fedeltà alle parole del Signore, visto che, biblicamente parlando, il giusto è colui che osserva la Legge del Signore. Non è poi così di facile comprensione, ma l’interpretazione di questo Testo può aiutarci a comprendere che con fede è da intendere il legame di abbandono alla divinità. Questo è infatti anche il versetto più noto del Libro di Abacuc perché ripreso da san Paolo ben due volte per affermare che la salvezza viene dalla fede in Gesù Cristo, e non dalle opere della legge (Rm 1,17; Gal 3,11; vedi anche Eb 10,38).
Dopo la risposta breve ed efficace del Signore, il capitolo prosegue con il genere imprecatorio che sembrerebbe non edificante, non incoraggiante e nemmeno attinente con quanto fin qui proposto dall’Autore e invece prosegue il messaggio profetico ed educativo. Seguono infatti cinque imprecazioni introdotte da rimproveri rivolti alla ricchezza e al superbo. La ricchezza rende perfidi e il superbo non sussisterà. L’idea di insaziabilità viene resa con l’immagine delle fauci aperte degli inferi, in ebraico è she’ōl, in greco è ade. Ebbene, paragonare la voracità del regno dei morti che senza pietà inghiotte tutti, alla fame insaziabile del superbo che tutto vuol per sé è di grande suggestione. Come il regno dei morti tutti nullifica, così l’avidità del superbo tutto divora a discapito degli altri e in fin dei conti di lui stesso. Ma perché questo tema della ricchezza e della superbia dopo la risposta del Signore al profeta? Probabilmente questo linguaggio imprecatorio è strategico in quanto mette in guardia: l’avidità causa cattiveria e oppressione e gli israeliti devono essere liberati proprio dagli oppressori.
Quindi seguono le imprecazioni, ognuna delle quali esordisce con un’esclamazione di minaccia, guai! Nel Testo ebraico ogni imprecazione inizia con hōy che ha un suono simile a un’espressione di amarezza.
La prima è rivolta ai Caldei, avidi di conquista, predatori dei beni dei popoli sottomessi, insaziabili approfittatori dei vinti. Tuttavia, non manca l’ironia da parte dei ‘momentanei’ oppressi. Infatti si parla che gli avidi saranno canzonati, si comporranno per essi motivi poetici popolari, ma non per esaltarli, piuttosto per beffeggiarli in quanto la situazione si rovescerà e i Caldei saranno essi stessi debitori di coloro che hanno depredato. Subiranno gli effetti della logica retributiva. Nello stesso modo in cui gli oppressori hanno agito, verranno puniti: hanno depredato i popoli conquistati, saranno essi stessi debitori di coloro che prima erano le loro prede.
La seconda imprecazione è diretta anch’essa contro gli avidi. E in questa seconda imprecazione il concetto è quello di additare i Caldei i quali sono destinati ad avere la stessa sorte di coloro che si arricchiscono in modo disonesto, insomma cadranno in povertà. L’immagine del ‘nido’ collocato in alto rimanda al progetto di costruire in alto le proprie abitazioni al fine di non essere travolto dal male. Ma questi sono progetti umani e per di più i beni mobili di cui si fa cenno non sono frutto di fatica onesta, ma di sfruttamento degli oppressi. Ecco quindi che il Profeta continua con questo tono di denuncia additando la logica retributiva per cui con la sua violenza e avidità il popolo caldeo condanna se stesso a ricevere il male con la stessa misura e modalità con cui l’ha inferto.
La terza imprecazione addita una città costruita sul sangue, le cui fondamenta sono collocate sull’iniquità. L’imprecazione è quindi diretta contro coloro che edificano case e città ma servendosi della violenza e con ciò sembra alludere alla pratica dei sacrifici umani finalizzati ad ottenere il favore delle divinità al momento della nascita di una famiglia o di una comunità cittadina. Nel 1Re si legge infatti:
Nei suoi giorni Chièl di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiràm, suo primogenito, e collocò la sua porta a doppio battente sopra Segub, suo ultimogenito (1Re 16,34). Ma le parole del profeta Abacuc possono riguardare anche le prepotenze che si commettono a danno dei poveri, ad esempio secondo quanto anche il profeta Geremia denuncia con toni simili a questi di Abacuc: Guai a chi costruisce la sua casa senza giustizia e i suoi piani superiori senza equità, fa lavorare il prossimo per niente, senza dargli il salario (Ger 22,13). Ma nel caso di Abacuc la maledizione che il Profeta pronuncia contro la politica della violenza è diretta, pesante e non espressa con mezze parole. Tenendo conto che i prepotenti del contesto sono i Caldei, il Profeta sta attribuendo loro i peggiori titoli: sfruttatori, sanguinari e blasfemi. Sottilmente lancia anche un’invettiva contro l’idolatria che, biblicamente parlando, è la causa di tutti i mali. Tuttavia, c’è un annuncio positivo: Poiché la terra si riempirà della conoscenza della gloria del Signore, come le acque ricoprono il mare. Il Signore pone fine al male provocato dai dominatori e il Tempio verrà ricostruito, la gloria del Signore tornerà ad abitarvi e da lì si diffonderà su tutta la terra, nessun angolo escluso, perché la geniale immagine delle acque che ricoprono il mare sta ad alludere alla diffusione universale della gloria divina.
La quarta imprecazione è diretta contro i conquistatori specie quelli che sono soliti umiliare i vinti. Si parla infatti di coppa e di ubriachezza intese come l’umiliazione estrema a cui vengono sottoposti i prigionieri. Si parla anche di denudamento dei sottomessi. Era infatti una pratica blasfema quella di denudare i vinti o i prigionieri al fine di significare la perdita della loro dignità di esseri umani. Era un modo per imporre la propria potenza come a dire che ai conquistatori era possibile fare qualsiasi cosa sui vinti.
Si pensi che Gesù stesso è stato deprivato delle sue vesti durante la sua Passione. Circa il Testo di Abacuc è interessante la lettura della Versione della (dei) Settanta che così rende: "Guai a colui che dà da bere al suo vicino con versamento lurido e ubriacando per osservare le sue parti occulte". Insomma si evince l’intento perfido di far perdere la testa col vino e rendere ridicolo colui che così si lascia scoprire per far vedere le nudità, le parti intime del corpo umano. Tuttavia va detto che anche in questo caso la logica retributiva fa da padrona in quanto i colpevoli subiranno le conseguenze dell’ira divina, rappresentata anche in questo caso dalla coppa da bere (Guai a chi fa bere i suoi vicini mischiando vino forte per ubriacarli e scoprire le loro nudità).
La quinta ed ultima imprecazione è formulata contro gli idolatri. Nello specifico del Libro gli idolatri sono i Caldei e anche i Babilonesi (quest’ultimo popolo nel corso della storia ha inglobato i Caldei). Il tono con cui il Profeta fa rivolgere un anonimo idolatra col discorso diretto al suo idolo è caratterizzato da una fine ironia. Gli parla dando ordini come fosse vero: lo esorta a svegliarsi e ad alzarsi nel senso di mostrare la sua potenza. L’uomo sarà anche un geniale artista, e a lui tutti gli elogi di questo mondo per la sua produzione, ma la divinità è ben altro che un prodotto umano. La spietatezza propria dei Caldei e dei Babilonesi è da far risalire all’idolatria, causa di tutti i mali. Alla maledizione destinata agli idolatri fa tuttavia seguito la proposta della fede nell’unico Dio e Signore di tutta la terra.
Andando verso la conclusione mettiamo in evidenza che Abacuc, in precedenza ribelle al Signore a tal punto da sfiorare la blasfemia, ora si trova presso il Tempio, che per antonomasia è il luogo della presenza divina. Quindi, riepilogando, il primo capitolo è stato caratterizzato dai forti toni delle provocazioni del Profeta, il secondo dalla risposta del Signore e dalle cinque maledizioni, e ora si sta per aprire una fase altamente mistica dove alla preghiera del Profeta è associata la coinvolgente teofania. Il tutto è anticipato da un imperativo del Profeta: Taccia, davanti a lui, tutta la terra! Questa dimensione del ‘silenzio’ è tipica della predisposizione al clima della manifestazione divina. Nel nostro versetto di Abacuc, dopo tante parole anche dure, apprezziamo l’invito al silenzio perché si darà spazio alla preghiera e all’esperienza della presenza divina: Ma il Signore sta nel suo tempio santo. Taccia, davanti a lui, tutta la terra! Nella terza tappa ci ‘eleveremo’ anche noi …
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ultimo aggiornamento
08 luglio, 2026