ABACUC

Dio è splendore

Terza parte

 

Siamo giunti alla terza ed ultima tappa della missione del Profeta Abacuc, ovvero al terzo capitolo del Libro omonimo interamente dedicato alla dimensione orante del Profeta. Veniamo così a conoscere un cantico proposto alla maniera dei Salmi e destinato all’uso liturgico come si evince dallo stico D dell’ultimo versetto. Se si considerano infatti le due cornici costituite dal primo versetto e dallo stico D dell’ultimo versetto, il corpo del cantico si sviluppa attraverso il genere letterario misto della supplica e della lode. Il cantico si sviluppa attraverso quattro passaggi: dopo un versetto che costituisce la vera e propria supplica del Profeta, seguono cinque versetti in cui emerge in tutta la sua suggestività la descrizione dello splendore della maestà divina, poi per otto versetti il Testo ci conduce verso l’esaltazione dell’eclatante intervento del Signore e infine quattro versetti concludono presentando la risposta del Profeta a tanta manifestazione della gloria e della potenza del Signore. Accenniamo ai vari passaggi di questo cantico per conoscere il suo messaggio originale.

Il Profeta avvia il cantico attraverso il genere della supplica e rivolgendosi in prima persona col vocativo al Signore. Dà subito testimonianza dei prodigi che il Signore ha operato a favore del suo popolo ai tempi di Mosè, nel percorso nel deserto e durante il governo dei Giudici. Ma proprio all’inizio di tale supplica si deve evidenziare un dettaglio. Nel confronto tra le Versioni antiche si nota che il Testo Greco presenta un’aggiunta che si legge così: "In mezzo ai due animali tu ti manifesterai; quando gli anni saranno vicini, tu sarai conosciuto; quando sarà venuto il tempo, tu apparirai". Queste parole del Testo Greco (anche in virtù di Is 1,3ab) vengono lette come anticipazione dell’evento della nascita di Gesù tra i due animali nella grotta di Betlemme. Questo è indiscutibilmente un dato interessante, ma anche qualora non si dovesse fare ricorso al confronto tra le Versioni antiche per cui non emergerebbe la presenza dei due animali, tuttavia va riconosciuto che questa supplica del Profeta si pone anche come annuncio di un’opera divina futura la cui risonanza verrà perpetuata nel tempo ("Nel corso degli anni falla rivivere, falla conoscere nel corso degli anni") anche auspicata dalle benefiche conseguenze dell’accorato appello al Signore perché nello sdegno che prova per le infedeltà del popolo, usi comunque clemenza!

Dopo la supplica del Profeta, il cantico segue presentando la manifestazione teofanica. Il suggestivo arrivo di Dio viene proposto come proveniente da due ambiti territoriali: Teman e il monte Paran. Relativamente alla località, Teman è citata circa quindici volte nella Bibbia e Paran più di dieci volte. Teman coincide con una zona settentrionale del territorio di Edom; Paran viene situato fra la parte meridionale del territorio di Canaan e il Sinai. Comunque le due zone indicano il sud rispetto alla terra d’Israele. Sembra voler ripercorrere il tragitto trionfale dell’entrata nella terra promessa dopo i quaranta anni nel deserto. Si parla infatti del santo che avanza dal Sinai, venendo quindi dal sud est guidando il popolo verso la conquista della terra. E come è stato per il popolo nel deserto guidato attraverso la presenza della nube, così in questo capitolo del Libro di Abacuc si parla della maestà divina che ricopre i cieli. Dal canto suo la terra partecipa elevando le lodi al Signore. Poi Abacuc si spinge fino a descrivere la divinità: Dio è splendore e bagliori di folgore escono dalle Sue mani. È abbastanza nota la rappresentazione delle divinità del Vicino Oriente Antico associata alla folgore. Si pensi a Zeus. Ma qui si parla dell’unico vero Dio, il Dio d’Israele. L’immagine della folgore associata al Dio d’Israele allude non solo alla grandezza della sua maestà (Gb 37,2-3), ma anche alla funzione punitiva (2Sam 22,14-15).

Nel Nuovo Testamento la venuta del Figlio dell’uomo è presentata con l’immagine della folgore (Mt 24,27), così l’angelo del Signore che nel giorno della risurrezione fa rotolare la pietra del sepolcro e si pone sopra di essa l’evangelista Matteo riferisce che "il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve" (28,3). Allora dilettiamoci dell’annuncio di Abacuc che addita l’arrivo del Signore all’insegna dello splendore e della luce reso ancor più suggestivo dall’effetto rapido e impressionante della folgore. Ma a questo scenario che lascia estasiati, ci riporta con i piedi per terra l’annuncio di ciò che precede e segue la manifestazione divina. A precederla, come per introdurre una processione liturgica, è il flagello della peste, a seguirla - a mo’ di corteo al seguito della Maestà - è la febbre ardente. Insomma si tratta di due malattie del corpo.

L’immagine della febbre è resa ancora più drammatica dal fatto che è descritta come ardente, si tratta quindi di qualcosa che consuma. Non bastasse ciò, nella descrizione viene inserito un evento sismico che tuttavia non provoca conseguenze catastrofiche, ma anzi rassicuranti perché si parla dei sentieri del Signore che sono eterni, come a dire che la manifestazione del Signore ha ripercussioni sull’ambiente naturale, ma le vie, i progetti del Signore non sono per la devastazione, ma per un fine eterno. Poi il Profeta aggiunge una scena terribile che associa a due zone, Cusan e Madian, identificabili con la parte nord occidentale dell’Arabia. Siccome si parla di tende e di padiglioni l’allusione riguarderebbe i popoli nomadi propri di queste zone citate. Lo stile poetico non ci permette di interpretare con certezza, ma tenendo conto dell’insieme del contenuto del Libro, si percepisce che l’intenzione del Profeta sia quella di esaltare il Signore quale liberatore dei nemici del suo popolo.

Ad un certo momento, al versetto 8 si nota uno stacco: Abacuc torna a rivolgersi al Signore col discorso diretto e si comincia ad avere maggiore chiarezza in merito al perché della venuta del Signore. Se fino ad ora è stata descritta la dimensione tremenda della teofania, ora l’Autore si orienta a proporre la fase del combattimento che Dio intraprende contro gli ambienti naturali. Ma gli ambienti naturali, che in questo caso sono i fiumi e i mari, alludono ai nemici del popolo d’Israele che coincidono con coloro che rifiutano il Dio d’Israele perché idolatri. I fiumi possono significare i popoli provenienti dalla Mesopotamia, mentre il mare può riguardare i cosiddetti popoli marittimi, anch’essi ostacolanti il popolo biblico. La lotta di Dio col mondo naturale è un aspetto tipico della letteratura del Vicino Oriente Antico del quale si hanno tracce anche nel Libro di Giobbe. Secondo la tradizione babilonese, il mare è all’origine della nascita delle divinità e una di esse a sua volta si è presa gioco del mare stesso. Ma al di sopra del mare e tutto quanto vi abita è il Signore, Dio d’Israele. Lui solo -come cantano soprattutto i Salmi- può cavalcare i mari e i cieli, Lui solo è al di sopra di qualsiasi forza naturale. E tuttavia, poiché l’allusione più che alle forze della natura è diretta ai popoli simboleggiati da questi ambienti naturali, Dio esercita il suo favore nei riguardi del suo popolo e necessariamente il riscontro negativo riguarda invece i popoli idolatri.

Il Signore combatte chi vorrebbe opporsi al suo piano. Si parla infatti dell’arco che è prontissimo per essere usato e colpire il bersaglio umano, come anche delle saette associate alle parole dei giuramenti come a voler alludere alla potenza della Legge del Signore. E si accenna all’impetuosità dei temporali che creano spaccature nella terra. Tutto sembra voler esaltare la forza travolgente della Maestà divina. Allora vengono proposti cinque verbi che accentuano in crescendo le ripercussioni della venuta del Signore: vedere, tremare, riversare, far sentire, alzare. I soggetti che compiono tali azioni sono tutti elementi della natura: i monti vedono -sottinteso il Signore - e tremano; lo scroscio dell’acqua dell’uragano si riversa; l’abisso fa sentire il suono dell’agitazione delle acque e alza in alto le onde come fossero mani innalzate che supplicano. Che il Profeta abbia in mente la teofania sinaitica o un’altra manifestazione divina non è dato sapere con certezza, comunque questi passaggi presentano indiscutibilmente la reazione dell’ambiente naturale all’approssimarsi della Maestà divina.

Subentrano poi due soggetti particolari: il sole e la luna. Circa il sole va detto che nella letteratura del Vicino Oriente Antico è considerato una divinità, quindi la sua menzione nel momento in cui si descrive la manifestazione dell’unico vero Dio è strategica. Già ai primissimi versetti della Genesi si apprende chiaramente che il sole è una creatura e non il Creatore e nel Salmo 19 si legge di Dio che pone una tenda per il sole. Il sole non è una divinità. E non solo. Relativamente al nostro Testo del Profeta Abacuc il messaggio interessante è quello per cui di fronte allo splendore folgorante della lancia del Signore il sole e la luna tralasciano di mostrarsi.

Se l’ambiente naturale subisce tali sconvolgimenti dinanzi alla Maestà divina, ecco che ciò ha ripercussioni sull’umanità. Il Signore sta infatti attivandosi per correggere le nazioni della terra. Se nel primo capitolo abbiamo conosciuto la ribellione del Profeta che si ostinava a lamentarsi col Signore perché permetteva a popoli più peccatori di Israele di perseguitare gli israeliti, ora notiamo che la situazione si rovescia perché il Signore interviene contro le nazioni a favore del suo popolo ("Sdegnato attraversi la terra, adirato calpesti le nazioni"). E così viene svelato il motivo della manifestazione teofanica: il Signore vuole salvare il suo popolo. Al seguito del sostantivo ‘popolo’ leggiamo il titolo ‘consacrato’, ‘unto’ (in ebraico meshiach, in greco christos). A chi è associato questo titolo? Al popolo? Al re Davide? A Ciro re di Persia che ha restituito la libertà ai Giudei esiliati in Babilonia? Può essere ognuno o nessuno. Qui non è specificato in quanto lo stile poetico non dà certezze, solo per coerenza con quanto precede e pensando che la supplica del Profeta riguarda le sorti del popolo, si può ritenere si riferisca al popolo stesso. Tuttavia, va precisato che non è il Signore a sterminare i nemici, ma sono gli stessi nemici a cadere vittime delle loro stesse armi. Come in altri Testi biblici, anche qui i nemici del popolo biblico vengono fatti fuori con le stesse armi con cui volevano annientare i membri del popolo del Signore. Le frecce dovevano malignamente colpire i miseri, invece si sono come rigirate verso coloro che avevano impugnato gli archi. Il combattimento del Signore è un non-combattimento, così il suo popolo è salvo.

Si raggiunge poi una vetta lirica quando ad un certo momento si legge di Dio nell’atto di calpestare il mare. Il mare è una forza terribile che nessuno può sottomettere se non Dio solo. Gli israeliti non sono un popolo del mare e il mare fa quindi paura, ma Dio è l’unico a poter dominare le forze del mare. Così conclude la descrizione teofanica e non poteva esserci l’immagine che più di tutte celebra la Maestà divina: la sua forza dominatrice sulle acque.

A concludere il capitolo è un gruppo di quattro versetti in cui si evidenzia la reazione del Profeta. Di fronte alla manifestazione divina e alla sua ripercussione sull’ambiente naturale e cosmico, il Profeta confessa di assistere fremendo e tremando. È interessante notare che non parla del vedere, ma dell’udire. Ciò che impressiona il profeta è la voce del Signore per cui gli tremano il labbro e i suoi passi. E così si apre davanti a lui una visione: i beni più preziosi che alimentano e danno sapore alla vita degli uomini sono devastati. Si parla infatti che non ci saranno più né fichi né vino né olio né farina né latte né carne. Si presenta quindi una circostanza di povertà estrema. Chi sono i destinatari di questa povertà estrema? Gli Israeliti o i Caldei? Le ipotesi sono infatti queste due. Tenendo conto del tono fiducioso del Profeta e di quanto è preceduto, potremmo pensare si tratti dei nemici del popolo del Signore che ora assistono alla contrarietà degli eventi secondo la logica retributiva: il male che hanno arrecato, ora torna a loro.

Teniamo in conto che stiamo notando alcuni passaggi di questo Testo di Abacuc che concretamente è un Cantico che la Liturgia delle Ore propone per la preghiera come secondo Salmo delle Lodi mattutine del venerdì della seconda settimana del Salterio. Se pensiamo al primo capitolo, al tono contestatore con cui il Profeta Abacuc si è rivolto al Signore, ora qui davvero il cambiamento è impressionante. Il Profeta ormai si è trasformato nettamente e definitivamente. Professa la sua fede nel Signore e non solo, lo loda. Interessante notare a proposito che i verbi utilizzati nel Testo Greco li ritroviamo nel Vangelo secondo Luca a proposito dei Brani sulla Madre di Gesù. Il primo verbo è agalliàō che è lo stesso che si legge nel Magnificat e che esprime l’esultanza di Maria (il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore). Il secondo verbo è chàirō che vuol dire rallegrarsi e che è lo stesso verbo con cui l’angelo Gabriele saluta Maria. L’unica differenza è che il Profeta esprime una volontà che realizzerà, Maria la Madre di Gesù invece già vive l’esultanza e la gioia. Il Libro di Abacuc è una profezia, ma anche una testimonianza: lì dove il Signore interviene, tutto cambia e si trasforma in gioia ed esultanza ("Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio, mio salvatore").

Consideriamo il messaggio di Abacuc. La vicenda di Abacuc è collocabile intorno al 610 a. C. in una fase cioè di sconvolgimenti politici. Nel 612 viene distrutta Ninive, la capitale dell’Assiria, responsabile della devastazione del regno del nord, la cui capitale era Samaria. Dopo gli Assiri occupano la scena del Vicino Oriente Antico i Babilonesi e i Caldei, che continuano una politica espansionistica basata sulla violenza. Il regno del sud, con capitale Gerusalemme, viene minacciato e si arriva infatti alla distruzione del primo Tempio nonché alla deportazione dei Giudei a Babilonia. Il quadro politico sociale religioso del tempo di Abacuc risulta essere di una straordinaria attualità: in diverse parti del pianeta sono in corso terribili guerre, si assiste a continue ingiustizie, l’arroganza fa da padrona, la diffidenza caratterizza i rapporti umani. Anche religiosamente parlando può prevalere lo sconforto perché sembra che il Signore non ascolti le suppliche di liberazione dal male. Allora, la conclusione del Libro di Abacuc si propone come garanzia e speranza. Abacuc non è un superficiale, non adempie il suo ruolo perché deve farlo, ma sposa la causa del popolo che soffre, che è oppresso. Si sente in dovere di gridare al Signore anche con tono risentito, ma lo fa perché vuole far presa sul Signore perché salvi il suo popolo liberandolo dall’oppressore. Abacuc è allora colui che parla agli uomini di oggi che hanno responsabilità civili e religiose perché adempiano i loro ruoli facendo davvero gli interessi del popolo, ma relativamente al fatto religioso che per Abacuc è prioritario, invita gli stessi a confidare nel Signore, ad appellarsi a Lui. Allora ecco che Abacuc, grazie all’esperienza religiosa che ha vissuto, professa che la sua forza è il Signore Dio e, servendosi delle metafore delle cerve e delle alture, fieramente dice di procedere sicuro lontano dai pericoli e dalle insidie dei nemici. È il Signore a garantire un elevato e indistruttibile percorso di vita: "Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle mie alture mi fa camminare".

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ultimo aggiornamento 08 agosto, 2026