Ci avventuriamo nella conoscenza di una figura biblica tra le più provocatorie: Giuditta. La sua vicenda di vita è presentata nel Libro omonimo collocato nella raccolta dei Libri Storici dell’Antico Testamento. Benché tratti della storia di una pia israelita, anzi di una perfetta israelita (Giuditta = giudea), la Comunità ebraica non considera il Libro di Giuditta un Testo che ‘sporca le mani’ (cioè non è canonico) probabilmente perché non è pervenuto scritto nella lingua sacra, l’ebraico, ma in greco. Il genere letterario con cui è stato redatto è il romanzo storico.

La vicenda di Giuditta è ambientata sotto il regno di Nabucodonosor, (re babilonese che qui è presentato come re degli Assiri!), il quale incarica il suo generale Oloferne di occuparsi della conquista dei territori ‘occidentali’. Un capo degli Ammoniti, Achior, avendo saputo ciò, informa Oloferne di non avere a che fare con il popolo d’Israele perché quest’ultimo, se non pecca d’idolatria, è invincibile in quanto ha il Signore dalla sua parte. Oloferne invece dispone il suo esercito in modo tale da arrivare a circondare la città di Betulia. Gli abitanti di Betulia vengono privati di acqua e cibo e, dopo trentaquattro giorni di assedio, decidono di arrendersi ai nemici, ma Ozia, il loro capo, ottiene di attendere altri cinque giorni. A questo punto entra in azione Giuditta.

In questa prima ‘tappa’ focalizziamo quindi l’attenzione sulla presentazione di Giuditta riferendoci al capitolo 8 del Libro perché è il capitolo che inizia a trattare di questa donna e delle sue gloriose imprese.

Giuditta in ebraico vuol dire ‘giudea’. Viene subito presentata come in genere sono presentati gli uomini importanti della Bibbia, cioè con l’elencazione degli antenati. Ed evidenziamo che si tratta della genealogia più lunga della Bibbia riguardante una donna con ben quindici nomi dei suoi antenati. Secondo lo stile tipico dell’Antico Testamento, la lunga genealogia addita Giuditta, quale donna di spicco e altolocata. Si tratta che è vedova e suo marito si chiamava Manasse ed era appartenente alla stessa tribù e famiglia di lei. Relativamente al contesto si può affermare che era una coppia di israeliti autentici! Circa la tribù di appartenenza della coppia è possibile che l’Autore del Libro si riferisca a quella di Simeone perché nella genealogia di Giuditta compare il nome di Salamiel, figlio di Sarasadai che nel Libro dei Numeri risulta essere un capo della tribù di Simeone e inoltre al capitolo nove si legge che Giuditta nel pregare si rivolge al Signore, Dio di suo padre Simeone, riferendosi di certo al capotribù originario. Giuditta rimane vedova al tempo della mietitura. Questo dettaglio è fornito perché la causa del decesso di Manasse è legato alle operazioni della mietitura e forse vuole anche alludere al fatto che -pur nella tragedia- il tempo della mietitura lasci trapelare comunque qualcosa di inspiegabilmente positivo. Che si tratti di un uomo di alto rango è confermato anche dalla notizia secondo la quale Manasse è stato sepolto insieme ai padri tra Dotaim e Balamon, di fronte alla catena montuosa della Giudea.

In quanto vedova, il suo abbigliamento è conforme all’uso del tempo, ma c’è un dettaglio che va oltre lo status vedovile: il sacco ai fianchi. Giuditta ha i fianchi cinti di sacco e ciò significa che ella vive secondo uno stile di mortificazione. I fianchi cinti di sacco nella Bibbia rappresentano il lutto, ma anche lo stato di sofferenza e soprattutto l’atteggiamento penitenziale. Giuditta veste di sacco in modo da vivere anche esteriormente il suo stato di vedova, il suo dolore interiore e la sua indole penitente. Tutto ciò è vissuto in un contesto abitativo che le garantisce sia la riservatezza che la dimensione pubblica perché si tratta che dimora in una tenda sulla terrazza della casa.

Giuditta si dedica costantemente alle pratiche ascetiche quali il digiuno. Nell’Antico Testamento non è indicato il numero dei digiuni, ma si parla dello Yom Kippur ovvero il giorno di digiuno comunitario. Ci sono anche esempi di soggetti che hanno praticato -in concomitanza con eventi importanti- il digiuno: si pensi a Mosè, a Ester, a Elia. Ebbene questo per dire che il caso di Giuditta è davvero particolare in quanto si dedica al digiuno praticamente quasi sempre. Fatta eccezione per le feste indicate nella Torah e delle circostanze di gioia della comunità d’Israele, per il resto Giuditta pratica un digiuno continuo.

Oltre a descrivere lo stile di vita, l’Autore esalta anche la bellezza e la ricchezza di Giuditta. Giuditta è una donna religiosa, digiuna, vive in modo riservato, è bella e ricca. Nel Testo Greco letteralmente si apprende che "era bella da vedere e molto graziosa nell’aspetto". Anche di altre donne nella Bibbia si dà risalto alla bellezza, ad esempio si pensi a Sara, Rachele, Ester, l’Amata del Cantico dei Cantici, e altre ancora, tuttavia qui notiamo un insolito dettaglio: Giuditta è un’imprenditrice. I molti beni materiali, le proprietà terriere e il personale domestico che il marito le ha lasciato, è lei ad amministrarli. Insomma, relativamente al contesto, Giuditta è certamente una donna emancipata.

Poi l’Autore insiste sul dettaglio più importante e affascinante: Giuditta è moralmente impeccabile. Giuditta è bella, è ricca, è sola perché vedova, e potrebbe essere oggetto di malelingue, invece di lei nessuno può dire nulla, sul suo ambito morale non ci sono macchie. C’è un motivo che fa di lei questa persona dall’elevato grado morale oltre che estetico: il timor di Dio. Secondo i Libri Sapienziali il timor di Dio è il segreto per godere dei benefici della sapienza divina. Giuditta è quindi una donna perfetta: bella dentro e fuori, pia, ricca, timorata di Dio.

Tuttavia, Giuditta non vive in una campana di vetro. Si interessa dei problemi della sua comunità ed entra in scena nel momento in cui occorre attivare soluzioni relativamente alla condizione esasperata che si è creata nella sua città, in Betulia.

Giuditta conosce i movimenti, gli stati d’animo, le soluzioni umane che si vogliono promuovere in seguito al grave problema della mancanza d’acqua e allora vuole intervenire interagendo con gli anziani cioè i capi della città. Non va lei di persona, ma manda la sua ancella di fiducia a chiamare i capi della città. Il fatto che Giuditta convochi nella sua abitazione i capi di Betulia fa prendere sempre più consapevolezza dell’importanza e autorevolezza di questa donna. Giuditta è quindi tenuta in gran conto in quanto le figure più importanti della città vanno da lei, anzi noteremo che sarà addirittura il capo assoluto in persona, Ozia, a rispondere a Giuditta.

A lui Giuditta fa anche da guida politica, infatti non esita a manifestare il suo disappunto su quanto programmato da lui e dagli altri capi. Fa presente infatti che non concorda con la decisione di attendere cinque giorni al termine dei quali accettare la sottomissione agli assiri qualora Dio non risponda alle suppliche del popolo di Betulia. Rimanere in attesa per cinque giorni affinché Dio risponda equivale a tentare Dio. Così facendo sembra come che i capi pretendano di dire a Dio quello che deve fare. Non si deve mettere alla prova Dio! Nel Salmo 78 si legge con tono spregiativo: "Ritornarono a tentare Dio, a esasperare il Santo d’Israele". Pensare di tentare, di mettere alla prova Dio, significa essere fuori di ogni logica, vuol dire fallire in partenza. Giuditta esorta così i capi a ripensare alla decisione presa per aprirsi alla comprensione del migliore atteggiamento, perché la provocazione non è affatto conveniente. Il Signore non necessita di cinque giorni o di altro tempo, Egli può salvare il suo popolo prima durante o dopo i cinque giorni oppure può mettere il suo popolo nelle mani dei nemici.

Quello che è giusto il Signore lo compie a suo piacimento, quando vuole. Il Signore porta avanti piani che l’uomo non riesce a scrutare e nemmeno a prevedere. Con il Signore non ci si può rapportare allo stesso modo di come ci si rapporta con gli esseri umani, non si possono rivolgere minacce e nemmeno esercitare pressioni. L’arco di tempo dei cinque giorni può apparire come una sorta di ricatto e questa non è la maniera con cui ci si pone davanti al Signore.

Tuttavia, Giuditta non si limita a rimproverare. Esorta infatti ad avere fiducia nel Signore perché solo Lui concede la salvezza. Deve essere supplicato perché venga in aiuto e ascolterà il grido. Ascolterà, se a Lui piacerà. Giuditta invita alla fiducia e a confidare nel piano divino. Il Signore può salvare o può mettere nelle mani dei nemici; il Signore non abbandona il suo popolo, in un modo o nell’altro, ciò che accade fa parte del misterioso piano salvifico.

Poi Giuditta fa la ‘teologa’ e avvia un discorso che è di estrema importanza. Ella sa che in passato il Signore ha punito gli israeliti perché avevano peccato di idolatria, il peggiore dei peccati agli occhi di Dio nella Bibbia. In questo momento gli abitanti di Betulia non stanno peccando di idolatria quindi il Signore non li abbandonerà. La storia insegna.

Gli israeliti in passato hanno peccato di idolatria, hanno adorato gli dèi dei popoli stranieri e per la logica retributiva sono stati puniti attraverso la sottomissione ai popoli stranieri nemici. Questo è accaduto in passato, ma ora gli abitanti di Betulia non stanno peccando di idolatria e quindi il Signore certamente non li abbandonerà. Giuditta esamina la situazione attuale e fa una vera e propria professione di fede. "Non c’è altro Dio all’infuori del Signore". Giuditta è anche una ‘stratega’ e infatti invita a riflettere sulle conseguenze della eventuale sottomissione ad Oloferne. Non sarà sottomessa solo Betulia, ma anche tutta la Giudea.

Diventeranno responsabili dei saccheggi che gli assiri commetteranno e i saccheggi non riguarderanno solo i beni personali, ma anche tutto ciò che è santo perché sottrarranno anche quanto riguarda il culto del Signore. Le conseguenze saranno negative sul piano umano, ma anche su quello religioso e culturale della nazione e di ciò Dio chiederà conto. Allora addita le conseguenze che gli abitanti di Betulia vivranno se si sottometteranno ad Oloferne: l’uccisione dei fratelli, l’asservimento della patria, la devastazione dell’eredità di Dio. Inoltre, pagheranno con il sangue l’offesa arrecata a Dio, saranno schiavi degli assiri e oggetto di disprezzo da parte di tutti.

Giuditta parla in modo chiaro, senza equivoci, per spronare il senso di responsabilità di fronte a Dio e al suo popolo. Ella parla ai capi di Betulia definendoli col titolo con cui devono definirsi tra loro i membri del popolo d’Israele: fratelli. Se quindi davvero sono fratelli, insieme a lei devono testimoniare agli altri fratelli, cioè a tutta la comunità di Betulia, che la responsabilità di tutto ciò che riguarda le cose sante -per antonomasia il tempio e l’altare- incombono su di loro. Essi sono i responsabili dei doni che il Signore ha loro affidato e arrendersi agli assiri non può essere la scelta giusta.

Giuditta poi cambia stile e dal rimprovero e dal monito torna a fare la teologa: suggerisce ai capi di Betulia di ripensare alle grandi figure del passato. Coloro che hanno ricevuto una particolare missione dal Signore, sono stati da Lui stessi messi alla prova. Allora, se gli abitanti di Betulia vengono messi alla prova da Dio, ciò è da interpretare come una cosa positiva. Giuditta menziona a proposito i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe per spronare i capi di Betulia a ragionare sul fatto che il Signore permette la prova a coloro che svolgono un particolare ruolo.

Abramo ha affrontato molteplici migrazioni, così Isacco ha subito prove e Giacobbe le ha superate quando era in Mesopotamia presso il parente Labano. Abramo, Isacco e Giacobbe sono i padri del popolo d’Israele, grazie ad essi il Signore ha iniziato la storia con il suo popolo. Il Signore li ha messi alla prova in più occasioni, essi si sono fidati del Signore e hanno superato le prove e sono i genitori del popolo del Signore.

Abbiamo conosciuto Giuditta in quanto bella, ricca, vedova, penitente, pia, stratega, teologa, guida politica, ma la conclusione del capitolo 8 lascia intendere che è anche una donna d’azione. Si prefigge infatti di compiere un’impresa per cui sarà ricordata di generazione in generazione e ciò fa pensare che l’Autore o l’Autrice (!) del Libro voglia anticipare un’altra Donna … "d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno Beata!".

Così Giuditta decide di mettersi in gioco personalmente e totalmente, non delega, si rende disponibile senza riserve. Tuttavia, Giuditta non agisce se non dopo l’approvazione e la ‘benedizione’ dei capi: "Va’ in pace e il Signore Dio sia con te".  Nelle prossime ‘tappe’ conosceremo lo svolgimento del piano e dell’arma segreta di Giuditta.

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ultimo aggiornamento 29 agosto, 2026