| Verso una cultura della misericordia |
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A cura del CeSAM una serie di |
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PROF. LUCA ALICI
Sopportare pazientemente le persone moleste
Siamo abituati a fare quasi un’associazione immediata tra la misericordia e il perdono. Certamente non si tratta di un accostamento sbagliato, ma resta pur sempre qualcosa di limitato e limitante. La misericordia è senza dubbio anche l’esperienza difficile e personale del perdonare. Ma non solo. E in un certo senso tutte le opere di misericordia che abbiamo riproposto fino a oggi, in questa rubrica, ce lo ricordano.
Forse però, più di tutte, proprio "sopportare pazientemente le persone moleste" domanda uno sforzo ulteriore, quasi anomalo, senz’altro inattuale (e forse per questo profetico). Ci fa guardare alla misericordia nel versante del patire, ci costringe a leggere la misericordia come qualcosa che aiuta a riscrivere la passività, il suo senso, la sua dignità: non certo una passività come rassegnazione e neppure una passività che si risolve dentro l’esaltazione di una logica sacrificale; bensì una passività intesa come postura dell’accoglienza, della pazienza, dell’attesa, dell’attenzione, dell’ascolto.
In questo caso la misericordia – di nuovo, verrebbe da dire – non è immediatamente un’attività diretta ad altri (come invece sembrerebbe leggendo alla lettera l’esortazione), ma una grandiosa richiesta di distoglimento dalla centratura su di sé, un’uscita dal circolo vizioso dell’io, un abbandono della logica efficientista, uno stop al fare e al realizzare. Noi, uomini e donne del XXI secolo, invitati in ogni modo ad essere operativi, rapidi, multitasking siamo invece esortati a fermarci, a dare spazio al tempo dell’incontro e persino all’incontro con il "non voluto".
Ecco, sopportare pazientemente le persone moleste è frantumare la sicurezza che la nostra vita sia il prodotto di ciò che vogliamo, una grandiosa fabbrica del voluto, e accettare piuttosto l’idea che la vita sia una continua opera di accettazione e costruzione della convivenza con ciò che non vogliamo, non avremmo voluto, non accettiamo. Si tratta non di subire ma di accogliere. Questo è il senso di quell’avverbio – "pazientemente" –, legato alla misericordia. Nella società dell’impazienza, del tutto e subito, di quel che voglio io ci arriva l’indicazione di un modello (la pazienza di Dio) e l’esortazione a diventarne testimoni attivi (patire è anche soffrire, ma prima di tutto è accettare di "essere incontrato da chiunque", mettersi nella disposizione della connotazione di senso di ciò che è "subìto" e non "sùbito").
E se "pazientemente" è il cuore di questa esortazione, da lì si pompa sangue per tenere insieme le due estremità di essa, altrimenti e apparentemente inconciliabili: "sopportare", cioè sub-portare, caricarsi sopra, e "molesto", quindi fastidioso fino all’estremo, quasi impertinente. Come si può sostenere l’insostenibile?
Innanzitutto riconsegnando uno spessore di cura e accompagnamento al senso del "sopportare", che è, con gli anni, andato incontro quasi alla stessa deriva autoreferenziale del "tollerare": entrambi si sono cioè caricati di un "retrogusto" di rassegnazione, come se avessero agevolato uno slittamento semantico, che è prossimo all’indifferenza. Invece significano non semplicemente accettare, resistere, ma anche e primariamente fare un tratto di strada insieme: sopportare significa esserci, vuol dire condividere un peso, portarlo insieme e in questo caso può voler dire non solo lasciar esistere, ma persino vivere insieme, se non addirittura ridare vita.
Secondariamente interrogandosi su ciò che rende insostenibile proprio ciò che ci pare insostenibile. Dovremmo sempre chiederci, al cospetto di una persona molesta: cosa ci sta risultando intollerabile? La persona o ciò che siamo "costretti" ad ascoltare? Perché? Cosa mi da fastidio di lui/lei? In fondo aprire questi interrogativi può voler dire incontrare un nostro limite oltre che esercitare misericordia verso quello altrui, accorgerci di qualcosa rispetto a cui siamo chiamati a crescere, maturare, cambiare, se non addirittura fare maggiore affidamento in Dio.
Siamo cioè oltre l’immediatezza e dentro un grande esercizio di mediazione, che si regge su un’apertura fiduciosa di fede, perché vuol dire sperimentare quanto sia possibile ciò che alle nostre forze pare impossibile e quale sia il guadagno di valore che può giungere da un’esperienza che avremmo derubricato a scarto della nostra vita. Dio che guarda con amore paziente le nostre fragilità e i nostri fallimenti diviene la riserva di senso a cui attingere per dare spazio a chi persino parrebbe non meritarlo, nella nostra logica. Che deve però riconoscersi sempre seconda e fallibile. Ma soprattutto avvolta nell’abbraccio di un paziente amore misericordioso.
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ultimo aggiornamento
29 ottobre, 2018