Il tuo Spirito Madre a cura di P. Massimo Tofani fam
P
er immedesimarci nella Passione di Gesù sono necessarie: l'umiltà del cuore con la quale riconosciamo e confessiamo che le nostre colpe sono la causa di quei tormenti, la fiducia nella misericordia di Dio, la preghiera fervorosa e attenta e la purezza da ogni colpa.La sua divinità presta soltanto un crudelissimo servizio alla sua umanità, per la sua onnipotenza, già vede con terribile chiarezza tutti i tormenti che gli riservano le ore della sua Passione: il tradimento di Giuda, l'arresto, l'odio dei sommi sacerdoti, i dolori della flagellazione e della coronazione di spine, il sangue che spargerà nel cammino, la solitudine, la superbia di Pilato.
Vede la fuga dei discepoli, il rinnegamento di Pietro, la salita al Calvario, l'immensa pena del cuore della sua santissima Madre, le tre ore di agonia sulla croce, l'estremo abbandono, la terribile e orrenda morte. Tutte queste orribili scene di sangue si presentano all'anima del Redentore non come semplici sospetti e timori, ma con spaventosa certezza, in una chiara preveggenza. Sperimentandone in anticipo i dolori, Egli soffre e lotta contro di essi, ma l'eccesso di quella sofferenza e la pena che gli causa, lo prostra al suolo e gli fa affluire al cuore tanto sangue da bagnarsene come per abbondante sudore.
In questa notte Gesù vede la morte in tutto il suo terrificante aspetto. Già ne sente la gelida mano che impietosa viene a spezzare e infrangere l'unione tra il corpo e l'anima, in Lui molto più profonda che in noi. Gesù trema, rabbrividisce di orrore ed entra in agonia: la sua fronte si bagna del sudore gelido della morte e cade a terra. È in questo momento che si avvicina Satana e gli insinua questa tentazione: «Getta via da te questo carico che ti opprime; vedi che non puoi resistere! Che indugi? Scrolla da te questo enorme peso, rifiuta a Dio la tua obbedienza». Ma Gesù, con la fronte prostrata al suolo e gli occhi pieni di lacrime, prega: «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice», ma immediatamente aggiunge: «però non la mia volontà sia fatta, ma la tua».
Meditando gli eccessi di questa sacra Passione, è nata nelle anime sante, innamorate di Gesù, una sete ardente di ignominie e disprezzi. Al mondo, che ritiene insopportabile essere considerato pazzo, stolto, di poco valore, sembra follia. Non sa che le anime sante preferiscono condividere con Gesù gli obbrobri e non gli onori; desiderano essere considerate pazze per Lui, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che sagge e prudenti per il mondo.
Nessun episodio della vita di Gesù passa inosservato nella Chiesa, e così l'orribile spettacolo della flagellazione ha commosso milioni di cuori, colmandoli di vergogna e di dolore. «Gesù innocente soffre al mio posto, per colpa mia» esclamano pentiti. «Io sono colpevole!», e così dicendo sottopongono se stessi alla disciplina senza compassione.
Fin dall'antichità i cristiani, meditando il mistero della flagellazione, hanno ritenuto che il Signore soffrì e soddisfece in tal modo un peccato particolare. «Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti». Anche le anime consacrate possono disgraziatamente cadere in questo peccato cui mi riferisco.
Perché i santi, pur così degni, colpiscono con tanta durezza il loro corpo? Per tenere a freno la carne ribelle, castigarla per ogni fragilità e preservarla anche dalla stessa tentazione.
Vieni a prostrarti ai piedi del tuo Dio e Signore, flagellato anche per causa tua, e per la tua salvezza. Implora con cuore contrito il perdono se anche tu ti senti responsabile, per la tua sfrenata sensualità, di questo orribile tormento di Gesù. Chiedi la grazia di una costante abnegazione e di una fedeltà che non venga mai meno.
Una delle più significative e belle usanze della Chiesa cattolica e della pietà dei fedeli è la genuflessione dinanzi al Santissimo Sacramento, soprattutto quando con il corpo si prostrano anche il cuore e l'anima. Con fede e amore, davanti a Gesù nascosto nel sacramento, si dice: «Salve, ti saluto, mio Re e mio Signore; anche se ti mostri così piccolo e coperto del povero manto delle specie sacramentali». «Io ti adoro, mio Dio e mio Signore, e piego le mie ginocchia come fedele suddito».
Se a questo segno di sottomissione venisse a mancare, pur inconsciamente, una fede viva e la devozione, diventerebbe una caricatura, un omaggio da burla.
Impegniamoci a far bene la genuflessione. Proponiamoci con fermezza di non entrare in cappella senza prima chiederci, raccolti profondamente in noi stessi: dove vado? E che cosa vado a fare?
Dall'implorazione anelante: «Vieni, vieni Emmanuele!», si è giunti al terribile grido: «Via, via, crocifiggilo!». Questo è l'epilogo tremendamente infelice di quattromila anni di storia. Poveri noi quando si dovesse ripetere questo grido, lanciato da quanti abbiamo beneficato, lavorando e sacrificandoci per loro. In quel momento pensiamo al dolore infinito di Gesù in quell'ora tremenda.
![]() |
|
[Home page | Sommario Rivista]
realizzazione webmaster@collevalenza.it
ultimo aggiornamento
12 marzo, 2026