LA PREGHIERA DI GIONA VIENE ESAUDITA

 

Secondo episodio:

Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha risposto

 

La seconda tappa della vicenda del Profeta Giona veniamo a conoscerla leggendo il capitolo due dell’omonimo Libro, capitolo costituito da soli undici versetti dei quali otto propongono la preghiera che Giona rivolge al Signore.

Intanto il capitolo inizia presentando due informazioni: l'arrivo di un grosso pesce che inghiotte Giona e il permanere di Giona nel ventre del grosso pesce, tre giorni e tre notti. A disporre questa circostanza è il Signore. Ciò vuol dire che, nonostante Giona sia un ribelle, tuttavia il Signore continua a scegliere lui per ottenere la conversione dei Niniviti. Ecco allora che l’Autore focalizza subito l’attenzione su Giona che, dal di dentro delle viscere, inizia a pregare il Signore. Nel Testo Ebraico si legge il Tetragramma divino più l'aggettivo possessivo unito a ‘Dio’, quindi Giona pregò il Signore, suo Dio. Conoscendo la storia, noi già sappiamo che Giona viene esaudito, ma se pensassimo di leggerla per la prima volta potremmo chiederci: il Signore esaudirà Giona? Cosa chiederà al Signore? Il primo versetto informa in merito alla permanenza di Giona per tre giorni e tre notti nel ventre del pesce. Chi si è preso del tempo? Giona perché ha continuato ad essere ostinato e non voleva rivolgersi al Signore, oppure il Signore ha messo alla prova Giona? Non c'è risposta a queste domande solo si evidenzia che il Profeta, da ribelle, si trasforma per un po’ in un uomo bisognoso del soccorso divino.

Giona chiede l'esaudimento di qualcosa che sembra essere sottinteso, nel senso che è chiaro che Giona è oppresso perché si trova segregato nelle viscere di un grosso pesce, ma non è detto esplicitamente che prega per questo motivo. Giona supplica il Signore per essere liberato dalla ‘prigione’ oppure per essere esonerato dalla missione alla quale il Signore l’ha inviato? Alcuni commentatori vedono nel grosso pesce una sorta di simbolo del male. Se così è, in quale male è incappato? Nel male che è la sua presupponenza? O forse è caduto nell’errore di considerare ingiusto l’agire del Signore perché vuole la salvezza di tutti, anche dei nemici del suo popolo? Negli otto versetti in cui è proposta la preghiera di Giona non è mai esplicitato il motivo, ma almeno quattro volte fa cenno al fatto di ottenere la salvezza dal Signore. Nella preghiera c’è quindi già la consapevolezza che il Signore salva colui che a Lui si rivolge. Dalle parole che pronuncia si evincono i suoi stati interiori, che sono l’angoscia e la desolazione nelle quali è sprofondato per cui menziona gli inferi (Sheôl in ebraico, Ade in greco), insomma constata di essere in un luogo privo di vita e di relazioni. Comunque, non tutto è perduto. Anche se nello stato più disperato che è l'angoscia e nel luogo dal quale non vi sarebbe il viaggio di ritorno, nonostante tutto ciò Giona testimonia che il Signore gli ha risposto e lo ha ascoltato.

Come afferma lui stesso, il Signore lo ha gettato nell'abisso, nel cuore del mare, modo per dire la parte più profonda dell'abisso. Fa anche cenno alle correnti, ai flutti, cioè alle zone dove le diverse acque anche dei fiumi che sfociano nel mare confluiscono creando correnti e l'agitazione delle acque. Questa presentazione della scena rende più palese lo stato di buio abissale e di sconvolgimento personale in cui Giona è venuto a trovarsi e l’Autore fa così pregare Giona con parole e immagini che si ritrovano in alcuni Salmi e che rimandano non tanto alla circostanza esteriore, quanto alla situazione emotiva, spirituale ed esistenziale di questo Profeta. Giona si trova lontano dal Signore: lo è geograficamente perché è prigioniero negli abissi, lo è esistenzialmente perché rifiutando la missione a cui il Signore l'ha destinato, si è messo contro di Lui. Anzi, il buio e l'agitazione delle correnti del mare ben significano lo stato interiore di Giona. Ma Giona è anche fiducioso e auto-annuncia il ritorno al Tempio. È un uomo in forte contraddizione con sé stesso: il suo desiderio è quello di tornare a frequentare il Tempio del Signore, eppure contesta l’agire del Signore. Giona non esita a riconoscere la drammatica circostanza nella quale è venuto a trovarsi sommerso da un caos indomabile. Per la precisione -secondo il Testo Ebraico- è la sua vita, nefesh, ad essere sommersa. Il Testo Greco legge psichḗ dando così più esplicito risalto all'anima, all’interiorità. Verso la metà della preghiera si addita quindi la vita, l’anima e si nomina il capo, insomma tutta intera la persona di Giona è come a un istante per essere annientata (l'alga si è avvinta al mio capo).

La seconda metà della preghiera si trasforma in una ‘risalita’. Giona abbandona i legami con la morte. Questo rovesciamento dalla morte alla vita è il Signore Dio ad operarlo su Giona anche perché umanamente parlando non sarebbe possibile. Addirittura è usato l'avverbio di tempo ‘sempre’, leôlām in ebraico, aiṓna in greco. Giona è pertanto descritto come imprigionato negli abissi oceanici ‘per sempre’ in quanto l'uscita è bloccata, eppure il Signore fa risalire la sua vita dalla fossa, spezza le spranghe che occludevano la bocca della fossa e lo fa riemergere. Accade quindi l’impossibile. Il ribelle che è stato per essere annientato per sempre, il Signore lo conduce, o meglio, lo fa salire per vivere. Questo Profeta è sempre portato a ‘salire’: desidera salire al Tempio, la sua preghiera giunge al Tempio, dagli abissi sale per ottenere di vivere.

Verso la conclusione della preghiera accade poi che Giona faccia riferimento a qualcosa che potrebbe sembrare non avere a che fare con il resto della preghiera, invece è proprio l’apice della preghiera. Quelli che servono idoli falsi abbandonano il loro amore. Vengono menzionati gli stranieri che adorano gli idoli. Ma Giona è stato inviato proprio per convertire i Niniviti al Signore! Allora il tema dell'idolatria ben si confà. Quelli che servono idoli falsi abbandonano il loro amore, ciò vuol dire che non ottengono i favori del Dio d’Israele. Si pensi che gli stessi marinai erano adoratori di altre divinità eppure si sono convertiti al Dio d’Israele ottenendo così i Suoi favori e uscendo sani e salvi dalla tempesta di mare. Liberarsi dagli idoli, equivale a ottenere i benefici del Dio d'Israele.

Poi Giona conclude la preghiera promettendo di adempiere i voti che si deduce siano sacrifici di ringraziamento perché è fiducioso nel Signore che lo libera dalla ‘fossa’ in cui è imprigionato. È interessante notare che a questo punto la traduzione aramaica dei Targumim propone queste parole in aggiunta: "La liberazione dell'anima mia è nella preghiera davanti al Signore". Insomma ci aiuta a comprendere come il segreto di Giona sia la preghiera che rivolge al Signore e che viene infatti esaudita perché il Testo annuncia il felice esito: E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia. Si tratta dell’ultimo versetto del capitolo e propone la risposta del Signore alla preghiera di Giona. Tenendo conto che tra le parole della preghiera di Giona si legge la sua fiducia nel Signore, il versetto conclusivo da alcuni commentatori è ritenuto tale che l’Autore avrebbe potuto inserirlo anche all’inizio del capitolo. In realtà l’Autore sta proponendoci un interessante messaggio, ovvero, la lacerante solitudine sperimentata da Giona imprigionato nel ventre del pesce ha permesso di maturare il suo legame col Signore a tal punto da credere che il grosso pesce era un espediente per far tornare Giona sui passi della missione. Anche in altri Testi biblici gli animali sono ‘mezzi’ attraverso i quali Dio fa giungere le sue comunicazioni. Si pensi all’asina di Balaam a cui l’angelo del Signore appare per impedire al suo padrone di continuare il percorso intrapreso. Così qui il grosso pesce è agli ordini del Signore che sono quelli di vomitare Giona sulla spiaggia. Nel confronto tra le Versioni antiche notiamo che nel Testo Greco il soggetto che parla al pesce non è esplicitato, non è scritto che il Signore parla al grosso pesce, ma letteralmente questo vi troviamo scritto: fu ordinato al mostro marino. Ma è chiaro che la diatesi passiva del verbo greco prostàssō è interpretata come un ‘passivo teologico’ e comunque è palese che l’Autore sta additando il Signore come Colui che continua a scegliere Giona nonostante lui si sia inizialmente rifiutato di assecondare la missione divina. Giona eseguirà realmente la missione? Lo scopriremo la prossima ‘puntata’ e intanto abbiamo fatto conoscenza del Dio che mostra la sua misericordia anche ai ribelli ostinati!

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ultimo aggiornamento 12 marzo, 2026