LA PREGHIERA DI GIONA VIENE ESAUDITA

 

Terza parte:

La conversione annulla la punizione

 

Ci siamo lasciati la scorsa volta con la focalizzazione sul dramma di Giona, ma questa terza tappa (terzo capitolo) vede spegnere i riflettori su Giona perché verranno riaccesi di nuovo su di lui nella quarta tappa. Ora l’interesse dell’Autore verte su quella che è la missione proposta inizialmente dal Signore a Giona: riferire ai niniviti la Parola del Signore. Teniamo bene in mente che il Libro di Giona si distingue dagli altri Libri profetici perché ben tre capitoli su quattro che lo compongono parlano di Giona anziché della missione profetica. Soltanto nel terzo capitolo è presentata quindi la vera vicenda profetica che viene avviata con un ulteriore invito alla missione. Il Signore non si arrende mai, vuole destinare la sua misericordia ai niniviti e allora parla ancora a Giona (Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore:). Ha scelto lui, un ribelle, per andare ad annunciare la sua misericordia. Siamo così di fronte ad un paradosso: attraverso un israelita ribelle al suo Dio, deve giungere l’annuncio della misericordia divina agli stranieri nemici del popolo di Giona. È l’agire illogico -umanamente parlando- che si può comprendere solo alla luce dell’amore divino. E l’invito a Giona perviene attraverso due imperativi ‘missionari’ che in ebraico sono qûm lēk, cioè Alzati, va!, ‘missionari’ perché sono gli stessi che vengono rivolti dal Signore anche in altre occasioni ad alcuni Suoi discepoli. Giona deve dirigersi a Ninive che è chiamata ‘la grande città’. Ben quattro volte è specificato che Ninive è grande, anzi, una delle quattro volte è scritto che è molto grande. L’aggettivo grande può essere inteso in senso metaforico relativamente all’ambito morale (considerato l'invito alla conversione, l'aggettivo potrebbe alludere alla gravità dei peccati che gli abitanti commettono) oppure l'Autore si sta rifacendo alla prima volta che nella Bibbia compare il nome di Ninive e cioè nel Libro della Genesi capitolo 10 dove si legge: "Da quella terra (Nimrod) si portò ad Assur e costruì Ninive, Recobòt-Ir e Calach, e Resen tra Ninive e Calach; quella è la grande città" (Gen 10,11-12). Ninive risulterebbe essere pertanto una sorta di città costituita da più città insieme. Quindi, grande per estensione, grande per la risonanza negativa moralmente parlando, tuttavia Ninive è la città che il Signore vuole salvare e invia Giona perché annunci la sua Parola.

Oltre ad essere molto grande di Ninive viene anche detto che è larga tre giornate di cammino. Letteralmente, si riferirebbe -diciamo- al perimetro della città. Secondo il Talmud un uomo può percorrere fino a 41 km al giorno pertanto, trattandosi di tre giorni, la città avrebbe un’ampiezza di 123 km. Questo è un dettaglio indiscutibilmente interessante, ma c'è comunque anche la proposta di leggere non tanto il riferimento all’ambito urbanistico quanto piuttosto simbolico. Il tre è infatti un numero che ricorre di frequente in questo Libro: Giona è stato tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, la città è percorribile in tre giorni, la conversione dei Niniviti deve avvenire nell’arco di tre giorni. Questo simbolismo messo in parallelo con altri eventi (tre giorni di Ester e, soprattutto i tre giorni di Gesù compiutisi con la Risurrezione) rimanda al messaggio teologico di salvezza universale. E qui la salvezza scaturisce grazie ad un solo e brevissimo annuncio che Giona pronuncia: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". Tutto qui! Giona non dovrà più parlare ai Niniviti. L’annuncio è comunque drastico perché parla di distruzione qualora non si accolga l'opportunità consistente in un tempo di quaranta giorni per ravvedersi, cambiare condotta e convertirsi. Il numero quaranta è certamente significativo perché ricorre in altre occasioni nella Bibbia e sempre orientative a finalità positive: quaranta sono i giorni del diluvio, quaranta sono gli anni in cui il popolo ebraico ha transitato nel deserto, quaranta sono i giorni di Mosè sul monte Sinai, quaranta i giorni che Elia ha impiegato per arrivare sul monte Oreb, e così via.

Il riscontro è immediato. Come poche sono le parole di Giona proponenti l’invito alla conversione così un unico breve versetto informa sull'accoglienza della Parola del Signore da parte dei Niniviti, la loro conversione e la fede in Dio. E sono esplicitati gli atteggiamenti concreti perché al fatto di credere alla Parola del Signore, i Niniviti hanno aggiunto la pratica del digiuno, l’abbigliamento penitenziale e il coinvolgimento di tutta la comunità. Il merismo ‘grandi e piccoli’ relativo ai soggetti ‘niniviti’ penitenti sta a significare tutta, ma proprio tutta la comunità. Si tratta della conversione di un popolo pagano al Dio d'Israele. Questo testo trova allora la sua sintonia in particolare con il così detto Terzo Isaia che condivide la dimensione universalistica della salvezza perché il Signore non offre più la salvezza soltanto al popolo d’Israele, ma attraverso esso a tutti i popoli. Tra l’altro è interessante notare che circa la vicenda di Giona è addirittura il re di Ninive ad essere coinvolto in prima persona nell'atteggiamento penitenziale. Compie infatti quattro azioni con le quali da una parte testimonia la fede nell'annuncio divino, dall'altra dà l'esempio in quanto primo cittadino di Ninive affinché poi tutti lo imitino. La sua ritualità somiglia a quella che il re Davide ha eseguito in occasione della malattia di uno dei suoi figli (2Sam 12,16): 1) alzarsi dal trono come a dimostrare di essere come tutti i cittadini, anch'egli bisognoso di perdono; 2) togliersi il mantello come a voler umiliarsi di fronte a Dio; 3) vestirsi di sacco come richiedeva la prassi penitenziale del tempo e 4)sedersi sulla cenere come a marcare la volontà di contrizione del suo cuore. Evidenziamo anche il fatto che la traduzione aramaica targumica accentua il rito di umiliazione del re perché circa lo spogliarsi del manto legge: ‘smise il vestito della sua gloria’, come a dire l'eccezionalità del caso per cui un re pagano si abbassa e si sottomette al Dio d'Israele riconoscendone l'unicità e la potenza assoluta.

Quindi, caso più unico che raro, il re ordina il digiuno. Non si parla né di sacerdoti né di profeti della città di Ninive, ma di un re e dei suoi principi che bandiscono un digiuno e si tratta di un digiuno estremo che riguarda tutte le categorie di viventi, uomini e animali. Degli animali specifica sia quelli di grossa taglia che piccoli. Ebbene, in concomitanza con l'astensione dall'attività lavorativa, viene eseguita la pratica del digiuno assoluto non solo dai cibi, ma anche dall’acqua. Il Testo Greco legge il verbo gèuō che vuol dire ‘gustare’, come a marcare che è proibito mangiare perché si proverebbe piacere e invece questo è un sacrificio che va offerto. Partecipa dunque anche il mondo animale a questo atto penitenziale e ciò potrebbe sembrare un’ingiustizia a causa dell’inconsapevolezza degli animali, ma in virtù di quanto si legge nel capitolo 3 del Libro della Genesi, ossia che il peccato dell'uomo ha ripercussioni anche sul Creato, allora è come se gli ambienti faunistici e floreali dovessero anch’essi reinserirsi in un rapporto armonico con Dio attraverso un percorso di purificazione.

Si pensi così al quadro descritto dall’Autore: sia gli uomini che gli animali sono coperti di sacco. Il vestirsi di sacco è proprio un gesto di umiliazione legato al rito penitenziale, come si legge più volte nella Bibbia. Poi segue l'altra azione anch’essa di grande effetto costituita dall’invocazione a Dio fatta con tutte le forze. Quindi tutti gli esseri viventi si vestono di sacco e supplicano Dio a squarciagola. Accompagnata all’intensa pratica rituale c’è la volontà di convertirsi dalla malvagità e dalla violenza che è stata commessa con le proprie mani, intendendo con ciò prepotenze, omicidi e furti. Ciò ritrae quindi una società terribile, davvero invischiata nel male e bisognosa della misericordia divina. Tuttavia, con questa unanime, intensa ed eclatante ritualità penitenziale viene dimostrata la predisposizione a cambiare vita. Così, il digiuno estremo, l'abbigliamento penitenziale, l'invocazione a squarciagola e l'unanimità dell'iniziativa tutto ciò è indirizzato ad ottenere che Dio abbandoni l'ira ardente e il popolo di Ninive scampi alla punizione. Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire! Questo auspicio dei niniviti evidenzia il carattere misericordioso del Signore, misericordia che per essere goduta necessita di essere accolta adeguatamente. Notiamo che qui come in tante altre parti della Bibbia si parla dell’ira di Dio. Letteralmente, l'espressione ebraica è mēcharûn affô che vuol dire ‘riscaldare le narici’ come a significare che quando si è irati le narici sono tese: è una descrizione antropomorfica di Dio che quasi lo presenta debole come un uomo che si arrabbia con un altro, ma non è altro che un linguaggio comprensibile agli uomini affinché tornino a Dio, si ravvedano e cambino condotta. E infatti il terzo capitolo conclude col felice epilogo per cui Dio si pente del male che aveva pensato di arrecare ai Niniviti e non lo compie. Il ‘pentirsi di Dio’ lo incontriamo anche nel capitolo 6 del Libro della Genesi, ma lì il pentimento è di aver creato l'uomo tanto è diventato malvagio, qui il pentimento è dovuto al fatto che invece il malvagio ha cambiato condotta e quindi Dio si pente della volontà di punire e perciò non punisce più i Niniviti. Si pensi a proposito che il Testo Greco usa il verbo metanoéō cioè ‘cambiare idea’, ‘convertirsi’, ed è un verbo che riguarda gli esseri umani, ma qui associato a Dio! Insomma Dio cambia idea riguardo ai Niniviti e questo cambiamento si riflette nel dono della salvezza ad un popolo pagano che ottiene così un trattamento di tutto vantaggio. Si tratta di una punta del pensiero teologico veterotestamentario: quando il popolo d’Israele pecca, viene punito, allora si ravvede e la punizione viene interrotta; qui invece i Niniviti sono avvisati, cambiano condotta, e non sono affatto puniti! Il Signore vuole tutti salvi. Ma ad ognuno offre un trattamento diverso dagli altri. E Giona che in precedenza non voleva recarsi presso i Niniviti, si salva? Lo sapremo nella prossima quarta e ultima tappa!

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ultimo aggiornamento 09 aprile, 2026